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THE ENDLESS LIE

Circola questo post, condiviso da diversi amici sui social. Post che condivido in toto e mi offre diversi spunti di riflessione

L’iconico film The Endless Summer (1966) è stato visto a lungo come il punto di partenza della cultura del viaggio surf, e la storia narra che durante quel viaggio intorno al mondo, Bruce Brown e i suoi compagni hanno introdotto per la prima volta il surf sulle coste africane.

Ma quello che non hanno mai detto è che quando sono arrivati a Labadi Beach in Ghana, c’erano già dei surfisti lì. Sdraiati su pezzi di legno o in piedi su canoe – il surf esisteva già. Perché Brown, Hynson o August non l’hanno mai ammesso? Non sarebbe stato più onorevole dire cosa ci hanno trovato realmente?

Il surf può essere vecchio quanto il rapporto dell’umanità con il mare. Non sapremo mai chi è stato per primo, ma probabilmente è emerso in modo naturale e indipendente, in diverse parti del mondo.

Immagina una comunità di pescatori migliaia di anni fa. Per raggiungere le acque aperte, devono attraversare pericolose onde infrangenti – richiedendo abilità e conoscenza profonda di correnti, banchi di sabbia e barriere cogliere. Al ritorno, usano le onde per raggiungere la riva più velocemente, in pieno controllo, con la cattura intatta. Sono maestri di surf.

Intanto, in spiaggia, i bambini giocano a fare i pescatori. Usando pezzi di canoa rotti, si dirigono verso l’acqua, imparando le abilità per gestire la riva e poi ritornano scivolando su un’onda.

Lo stoke che ogni surfista prova alla sua prima ondata è lo stesso che tutti quei bambini hanno provato per migliaia di anni. Nessun bambino smetterebbe di inseguirlo, a meno che qualcuno non lo proibisse. Ed è esattamente quello che è successo quando la colonizzazione ha cancellato le culture e le tradizioni ancestrali, e con esse, il surf.”

Anche in Italia esiste questo dibattito da tempo. Ho partecipato a diverse discussioni in merito a chi fosse il primo o i primi. Dimenticandosi ( e in Italia ce lo siamo dimenticati decisamente), che il nostro rapporto con il mare e con le onde è antico di millenni e le molteplici forme di “scivolamento” sull’onda sono nate probabilmente da modalità autonome e indipendenti.

Il nostro modo di pensare odierno e occidentale, ci porta a vedere come scoperta tutto ciò che è stato visto e documentato dall’epoca moderna in poi. E così l’America risulta “scoperta” da Cristoforo Colombo, Il modo di nascere, mangiare, vivere e persino dormire subisce una trasformazione   storica dalla modernità in poi e tutto ciò che differisce non è compreso o addirittura, non è mai esistito.

E’ così che la storia ci racconta che James Cook arrivando alle Hawaii alla fine de 1700 ha visto che si praticava il Surf. Una sorta di divertimento per adulti e bambini, maschi e femmine, ricchi e poveri. Ma gli Hawaiani praticavano surf invece di lavorare e, sopratutto le donne lo praticavano in costume, mezze nude ( secondo i canoni dell’epoca) e per i preti e i colonizzatori occidentali questo era intollerabile. I preti, cazzo, sempre i preti…

E quindi “giù pesante” di divieti ( strano eh?) e il surf hawaiano si nasconde fino a Duke Kahanamoku, straordinario atleta, nuotatore e surfista nativo che grazie alle partecipazioni olimpioniche tra il 1910 e il 1920 lo porta in giro per il mondo e così arriva negli Stati Uniti. E gli Amerikani non aspettano altro che prendere possesso di ciò che non dovrebbe essere possesso di nessuno e quindi, il Surf, diventa nell’immaginario collettivo “Sport Americano”, quando a voler essere precisi non è mai stato uno sport e sicuramente  non degli Yankees.

Ma la cultura dello scivolare sulle onde esisteva ed è documentato da centinaia (almeno) di anni in Perù, in India, in Camerun, in tutta l’Oceania e chissà dove ancora..

Ma intanto la libertà di scivolare come si voleva su qualsiasi onda e con qualsiasi oggetto svaniva lasciando il posto a qualcos’altro.

Oggi, i principali spot del mondo sono appartenenza degli occidentali che li sfruttano per immagazzinare soldi attraverso brand che vendono immagini e stili di vita, di appartenenza. Lo scivolare sull’onda ha smesso di essere spesso divertimento, pratica meditativa, connessione con il Grande Padre Oceano, omologando inoltre stili e forme di pratica. 

Riprendiamoci il divertimento, il Surf ancestrale e la connessione con l’oceano per favore. 

I Pirati del Surf

Così li ho chiamati dopo tempo, anni oramai, di incroci lungo la costa atlantica. 

Io arrivavo dal mio mondo del surf italiano, fatto di onde (poche), discussioni sul surf (tante) e tanta tanta passione. Purtroppo, il nostro mare non sempre è generoso in termini di onde, sopratutto nel periodo estivo. Aggiungiamo che il litorale laziale, che io ho sempre frequentato, è ormai molto trafficato e la presenza dell’elemento naturale è decisamente compromessa dall’attività umana.

Ma torniamo ai Pirati. Loro non amano gli spot affollati, prediligono quelli isolati, dove poter sostare dei giorni con i loro camper o furgoni (spesso molto datati) e con accesso ad acque frequentate al massimo da due o tre persone per volta.

Non sono individui da feste sulla spiaggia o musica, ma più inseguitori di un elemento meditativo, che l’oceano sa regalargli, cercando il più possibile di trasformare il rapporto con l’elemento naturale ad una condizione di intimità massima.

Mi ritrovai ad intendere questa essenza durante un piccolo viaggio in solitaria di qualche settimana, lungo la costa. Per ovvi motivi non si nomina la spiaggia né il luogo, in modo da poter preservare al massimo questa rarità.

Arrivai con il mio camper e nei pressi della spiaggia c’erano altri due camper parcheggiati; il mio “Marina Splash” è un vecchio motorhome del 1994, ma credo fosse il più giovane tra i tre.

I cani agivano liberamente lungo tutta la spiaggia e, dopo una rapida vestizione, ero già in acqua. Le onde erano assolutamente buone, ma ciò che rendeva magico il momento era la pace e la solitudine che regnavano su tutta la spiaggia. Non c’erano case, bar, resort o ristoranti.. solo tre persone che si dividevano 2 km di spiaggia.

Il surf fu meraviglioso e alla sera, mentre il tramonto era imponente, uno dei miei vicini accese un fuoco. Non fu un’ occasione per attaccare bottone o per iniziare chissà quale rapporto di amicizia, ma fu una grande occasione per sostare in silenzio mentre lo sguardo si perdeva all’orizzonte.

La mattina seguente mi alzai poco prima dell’alba e, dopo un caffè, mi concessi una lunga meditazione seduto sulla spiaggia, prima di tuffarmi nuovamente in acqua. Trascorse così qualche giorno e, ovviamente, facemmo quel tipo di amicizia che ci metteva d’accordo nel condividere quel paradiso, ma senza intralciare i bisogni di quiete e pace di ognuno di noi. Dopo tre, quattro giorni decisi di ripartire.

I Pirati sono i solitari, i primitivi, gli anarchici della costa atlantica; sono i rivoluzionari, proprio perché incarnano lo spirito naturale più autentico del surf. Surfano classico, non seguono le mode, non postano le loro foto su Instagram mentre entrano in acqua, difendono con il coltello tra i denti questi ultimi scampoli di natura e libertà, che ci fanno ancora godere di questa passione in maniera genuina.

Un solo consiglio: se incontrate un Pirata del surf lungo il vostro cammino, evitate di maltrattare l’ambiente circostante, potrebbe non prenderla bene..

Il discorso tipico….

Ho conosciuto Silvano Agosti con il suo libro “ Lettere dalla Kirghisia” diversi anni fa. Avevo letto già diversi testi di critica radicale alla nostra cultura dominante, ma quella di Agosti era una meravigliosa sintesi del mondo come dovrebbe essere.

Qualche anno dopo vidi un estratto di un intervista di Agosti con Luca Barbareschi andata in onda sulla Rai, se non erro. E i commenti sui social che impazzivano sul video pubblicato successivamente, erano di offesa, di incomprensione, di attacco frontale contro una grande verità che Silvano aveva sollevato in trasmissione: Come è possibile che accettiamo di sprecare la nostra vita lavorando, invece di dedicarla a vivere.

E leggendo tutti gli insulti degli haters mi è venuto in mente il “Discorso tipico dello schiavo”, un monologo di Agosti di diversi anni prima. Qui offre una critica radicale agli stili di vita moderni e a chi decide di sostenerli e accettarli perchè tanto “così fan tutti”. Secondo Agosti, infatti, per tutta la vita ci facciamo il discorso tipico dello schiavo, convincendoci di essere soddisfatti, che è giusto così e che non c’è altra via d’uscita. Non a caso ci ammonisce sul non mettere i fiori nelle nostre celle, altrimenti finiremo con l’amarle e perdere così il desiderio più importante: la libertà di vivere! Di seguito pubblico il testo di questo discorso:

Silvano Agosti: «Uno degli aspetti più micidiali dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura. Invece è semplicemente la peggiore. Beh, gli esempi sono nel cuore di ognuno, per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare.
Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta?!
Mentre fino ad ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso: “Pensa a questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, ho solo questa, e loro mi fanno andare a lavorare 5 volte, 6 giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno; per fare cosa? come si fa in un giorno a costruire la vita?!”
Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire.
Deve sempre pensare, con una coscienza perfetta: “Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di due milioni e mezzo al mese ( di lire N.d.r.) bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”.
Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere 77 miliardi e un essere umano due milioni e mezzo al mese, bene che vada.
Secondo me, poi, siccome c’è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte, e allora il lavoro doveva diminuire almeno 10 volte! Invece no! L’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura. Pensa alla cosa più bella che la Natura propone, che è quella di, mettiamo, di fare l’amore, no?!
Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno; sarebbe una vera tortura, e quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole di fare l’amore, no?!
Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana, certo c’ho mica il mitra alla nuca, lo faccio, perché faccio il discorso: “Meglio leccare il pavimento o morire?”
“Meglio leccare il pavimento”. Ma quello che è orrendo in questa cultura è che “leccare il pavimento” è diventata addirittura un’aspirazione, capisci?
Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci?
Tutto ciò è oggettivamente mostruoso, ma là dove la coscienza produce coscienza, tutto ciò è effettivamente mostruoso.»

 Intervistatore: «Sì va be’ ma ormai è irreversibile la situazione».

Silvano Agosti: «Sì, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è tipico dello schiavo, no?! Il vero schiavo, il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte.
Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.
Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto: “Eh sì! Sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata, e come farai a spiegarlo a tutti gli esseri umani?” e lui: “Non è affar mio, signori!”.
“Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”. Hai capito perché tutto l’Occidente vive in un’area di beneficio? Perché sta rubando 8/10 dei beni del resto del Mondo.
Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina, no!
È un sistema politico che sa rubare 8/10 a 3/4 di Mondo e dà un po’ di benessere a 1/4 di Mondo, che siamo noi. Quindi, signori miei, o ci si sveglia, o si fa finta di dormire, o bisogna accorgersi che siete tutti morti!

VIAGGIAMO!

Viaggiamo! E quando parliamo di viaggiare, parliamo di mesi o anni di viaggio. Non accontentiamoci di vacanze, non accontentiamoci di qualche giorno di relax che ci stacchi temporaneamente da obblighi quotidiani che, magari, neanche ci appartengono.

Viaggiamo perché è l’unico modo di capire come è fatto il mondo, come sia possibile vivere in una modalità differente.

Molto spesso ci aggrappiamo a scuse banali e poco reali, come il fatto di non avere denaro sufficiente. La realtà, nelle esperienze che abbiamo vissuto,  è che le persone che hanno intrapreso questo tipo di cammino, lo hanno reso possibile poiché si sono spogliati dell’apparenza. Non si sono fatti intrappolare dalla percezione che la società esterna ha di loro stessi.

Ci chiedono di avere una bella casa, una macchina sempre nuova, dei figli che siano in linea con le aspettative, dei bei vestiti e in finale di lavorare per il raggiungimento del premio che consiste in qualche anno di pensione, quando ormi saremo vecchi e stanchi. 

Se ci guardiamo ad uno specchio e proviamo a guardarci con occhi reali, non vediamo chi siamo realmente, ma la corazza che abbiamo costruito attorno ai dettami di questa civiltà. Competitiva, famelica, distopica…

Viaggiamo quindi, in primis per ritrovare chi siamo realmente e, quando lo faremo, ci renderemo conto che ciò che incontreremo sarà molto simile al bambino o alla bambina che eravamo. 

I sogni che faremo saranno molto simili ai sogni della nostra infanzia. 

E a quel punto saremo veramente pronti per inseguire un’idea di vita in linea con ciò che siamo realmente. Tutto è possibile, dipende solo da noi.

Buon viaggio!

Un’altra dimensione.

Siamo in viaggio da tre mesi ormai

Questa notte siamo arrivati in questo angolo di Galicia nel nord della Spagna, in un tratto di costa chiamato “Costa de la Muerte”, per via delle sue forti correnti e del numero di incidenti accorsi alle navi che, nell’arco dei secoli, hanno navigato questo tratto di costa.

Siamo arrivati con il buio in un ampio parcheggio e ci siamo messi a dormire. 

Questa mattina al risveglio lo scenario è assolutamente incredibile: un tratto di natura rigogliosa si apre innanzi a noi; la vista si perde tra boschi lussureggianti, e una grande spiaggia di sabbia bianca è l’anticamera di un mare color turchese, incredibile. La giornata è veramente magnifica.

È un mercoledì di fine Maggio ed è deserto intorno a noi. Man mano che la marea scende la “Playa” diventa sempre più grande e imponente ed un’ onda di circa 40-50 cm si apre. Niente di eccezionale ma abbastanza per un bel bagno.

Prendo la tavola e sono in acqua. Arrivano 3-4 persone ma per la dimensione della spiaggia è come stare in acqua soli. Due ore di surf mi rilassano la mente e all’uscita decido di rilassarmi e farmi coccolare un pò dalla sabbia e da un leggero vento da terra..

Il momento è assolutamente perfetto. Il silenzio è interrotto solo dal leggero rumore del vento, da qualche onda che si infrange e dal garrito di qualche gabbiano. Stare li immobile e godere senza vincoli di tempo del solo accompagnamento naturale è un regalo senza prezzo.

Ho abbandonato quelle che erano le mie certezze da poco più di tre mesi. Di settimana in settimana, dopo che ho comunicato la mia decisione di un periodo di libertà per poter riprendere fiato, ho assistito alla scomparsa di molte persone dal mio radar: qualche risatina alle spalle e quel progressivo allontanarsi da qualcuno, io,  che in fondo serve più a far business, che non è più parte di un sistema, che non è ingranaggio di qualche macchina e quindi può finire poco a poco nel dimenticatoio. 

Fino a 6 mesi prima gestivo un’azienda e il mio telefono era continuamente in fermento per chiamate di “amici” che volevano incontrarmi, condividere idee con me e che avevano progetti. Ma da 3 mesi a questa parte, tutto questo andava scemando, lasciando spazio solo all’essenza.

E’ interessante quanto, oltre al mio ruolo, al mio lavoro e alla percezione che gli altri hanno di me, stia evaporando anche la maschera e il vestito che obbligatoriamente dovevo portare nel mondo. Eh già, perché funziona così: sei genitore, impiegato o operaio, hai incarichi di potere o di subordinazione, sei insegnante o studente. Beh! Tutto questo rappresenta un enorme etichetta che ci si ritrova appiccicata addosso e veicola in un modo o nell’altro il tuo modo di agire quotidiano.

Quando scompare l’etichetta e rimani “nudo” e quando, sopratutto, inizi a muoverti libero nel tempo e nello spazio,  cominci a riscoprire o ad imparare ( come se fosse veramente una cosa nuova) chi sei veramente. Senza limiti, senza insegne.

Penso sia il regalo più bello che ogni essere umano si possa fare e, pensando a tutto ciò, mi è tornata in mente una frase di Mario Cecchi ( uno dei fondatori di Avalon – Ecovillaggio nell’Appennino Pistoiese):

“Non puoi tornare indietro una volta libero, il tuo è uno stato dell’anima che non può essere condizionato, non fai più parte di questa società. Tu, allora, provi la stessa gioia di volare, di fare un salto in un’altra dimensione: non appartieni più a questo mondo. La vita è fantastica solo se le permettiamo di esserlo….”

Un Surf Trip ti cambia la vita (parte 2)

Che surfata spettacolare. Camminando lungo la spiaggia per rientrare al camper, passiamo per il secondo picco, quello più piccolo dei tre e noto il signore anziano, mio vicino di camper, in acqua sulle onde anche lui. La cosa che mi salta subito all’occhio non è la tecnica o altro, ma il sorriso che ha stampato in faccia mentre cavalca il suo long. Mi fermo a scrutarlo e noto su un onda che con fare divertito, una volta perso il controllo si lancia tuffandosi come un ragazzino. La cosa non mi lascia indifferente e amplifica la mia sensazione di gioia e soddisfazione per la mattinata appena goduta.

Rientro in camper , mi sciacquo con un po’ di acqua dolce e metto sul fuoco la mia moka per un buon caffè post session. Giusto il tempo di prendere la tazza e sedermi fuori dal camper che vedo arrivare il simpatico signore dai capelli bianchi. Tavola sottobraccio e appena aperto il camper, ecco il cane che scende facendogli le feste. Si toglie la muta, si sciacqua con un doccino esterno e appoggia la muta ad asciugare al grande specchietto retrovisore del camper. La curiosità è troppa e così mi avvicino a lui, sento che c’è una bella storia da ascoltare. 

Gli porgo una tazza di caffè, con un sorriso e accetta di buon grado. Mi presento, e gli chiedo qualcosa di generico e il signore inizia a chiacchierare, visibilmente soddisfatto per la mattinata trascorsa e per la compagnia appena trovata. Racconta di chiamarsi Helmut, è danese e “ amico, sono un vecchio ragazzo di 75 anni”. Vive in camper da 10 anni, da quando sua moglie ha lasciato questa terra lasciandolo solo con i suoi rimpianti. Infatti la moglie, dice, era una donna molto solare e imprevedibile, che lo aveva esortato ad una vita di maggiori avventure e leggerezze, ma lui aveva sempre declinato, impegnato come era nella sua vita di ascesa sociale verso una maggiore sicurezza, ingabbiato nel suo ruolo di impiegato di una grossa società di trasporti danese. 

“ Ho lavorato li per trent’anni, godendomi poco di ciò che è successo intorno a me, mia moglie e i miei figli li vedevo un paio di ore la sera e il fine settimana. La vita andava così. Fino ai 50-55 anni credevo che ciò che stavo facendo fosse giusto, che si stava costruendo qualcosa di migliore, che occorreva lavorare sodo per scongiurare i pericoli di discesa del buio. Poi la situazione è cambiata, ho smesso di crederci. Mi chiedevo come poteva essere che la tecnica avanzava a velocità siderali, che il mondo che ricordavo fatto di natura potente andava sgretolandosi e, nonostante questo, la scarsità ancora la faceva da padrona. Come poteva essere che producevamo molto di più in meno tempo, che trasportavano molto di più e in minor tempo ma non stavamo guadagnando libertà, non stavamo meglio.

Il surf lo avevo scoperto sul finire degli anni 60 quando feci un viaggio nella west coast degli Stati Uniti. Me ne innamorai subito, ma tornato in Danimarca misi da parte i sogni per iniziare a lavorare e costruire una famiglia, una casa…

Poi, poco prima di andare in pensione, mia moglie se ne andò e li presi la decisione. Tolsi tutto dalla mia vita, tranne il mio vecchio camper e il cane. Comprai una muta e una tavola da surf e partii per vedere come poteva essere o forse, come sarebbe stato. E credo che sarebbe stata una vita meravigliosa. Spesso mi sveglio e ripenso a quanto sarebbe stata felice Anna di stare qui con me e mi viene un po’ di malinconia, poi se la condizione lo permette, mi butto in acqua e torno bambino per un paio di ore, libero la malinconia e torna il sorriso.

Navigo tra la Danimarca e il Marocco percorrendo da 10 anni le strade della costa Atlantica. Viaggio in base alle stagioni, e ogni tanto rientro per abbracciare e salutare figli e nipoti. Ma poi il richiamo si fa forte e allora salgo su questo vecchio macinino e riparto in cerca di onde . Soprattutto in cerca di onde adatte alla mia età” conclude ridendo.

“ Vedi, ci vogliono far vivere come degli schiavi del cazzo. Invece il mondo e qui e la vita è ora, a portata di mano e tocca solo a noi goderne a pieno”  

Trascorro con Helmut qualche ora, parlando di surf e di libertà. Di fianco a me su una sdraio Xavi è in modalità siesta, vigile e in ascolto ma con gli occhi chiusi. Io osservo Helmut e penso che quell’anziano signore sta incarnando lo spirito autentico del surf molto meglio di tanti ragazzotti griffati, intenti a postare su Instagram tutti i momenti delle loro session. 

Nel tardo pomeriggio, come pianificato, ci ritagliamo un’altra bella sessione e la sera la passiamo a contemplare il cielo e le stelle di fronte all’oceano. La mattina dopo decido di salutare la compagnia per tornare verso il villaggio dei giorni prima. Saluto Xavi e mi avvicino a Helmut salutandolo. Lui mi abbraccia e i suoi occhi lasciano intendere molto di quello che vorrebbe ancora dirmi o consigliarmi.

Rientro al villaggio e decido di fermarmi li per qualche giorno, vista la presenza di un grande ed economico camping sotto la pineta. Le mie giornate si dividono principalmente tra sessioni di surf, e la via di fronte alla spiaggia dove è presente tutti i giorni una sorta di mercatino di artigianato locale. 

Il mercatino è luogo di incontro e aggregazione. Una sorta di piazzetta multiculturale dove convivono vite e nazionalità tra le più disparate. Mi diverte molto stare li ad ascoltare le storie di chi è di passaggio ma sta coltivando i propri desideri. E’ come se dato il periodo immediatamente post-pandemico si siano riaperte le porte di un mondo nuovo e, l’adesso o mai più, per la realizzazione di sogni sospirati e attesi per due anni. 

C’è l’italiano che sta attendendo la stagione estiva per racimolare i soldi necessari per ricongiungersi con il suo pezzo di terra acquistato nelle foreste brasiliane pochi anni prima. Lo spagnolo che si sta organizzando per imbarcare il camper a Lisbona e far rotta verso il nuovo mondo, un viaggio che ha sapore di mondo antico. Il vecchio andaluso che ricorda quando 40 anni prima, proprio nel bosco dietro di noi, gestiva la coltivazione di oppio per conto di fantomatici imprenditori americani. Ogni tanto passa qualche surfista nomade digitale Nord-europeo di passaggio per qualche onda e di ritorno dal Marocco lontano dall’inverno del vecchio continente.

Ma il mio pensiero continuò a tornare all’incontro con Helmut, a quella vita libera fatta di surf, incontri e tramonti oceanici, fatta di strada di coccole di un vecchio cane. Fatta di poche cose ma che ti accendono gli occhi. Quello che mi continuava a risuonare non era tanto la critica al sistema in cui viviamo ma la ragionevole convinzione che abbandonare tutta questa vita, fatta di imposizioni, regole e sacrificio fosse non solo un sacrosanto diritto ma quasi un dovere morale:

“Non siamo noi che inquiniamo il mare, ma quelli asserviti a tutto questo, non siamo noi che sporchiamo le spiagge, che tagliamo alberi, che teniamo miliardi di animali in vite di inferno in attesa del macello, che sganciamo bombe sulla testa di vecchi e bambini inermi…noi siamo solo quelli che che vogliono godere di quello che rimane di questo fantastico e meraviglioso spettacolo”.

I pensieri si rincorrono durante tutti i giorni successivi, e alla fine eccola,  la mattina della partenza. Di fronte alla spiaggia a fare colazione, la radio passa “En el muelle de San Blas”, un uccellino entra nel locale e si posa su un tavolo. Rimango fisso ad osservare che intenzioni avesse, dopodiché l’uccellino vola via. 

Mi alzo, pago e mi dirigo verso il camper. Si parte. Mi immetto nella strada statale e allo svincolo autostradale dopo un ulteriore e ultimo tentennamento, metto la freccia e inizio a dirigermi verso il Portogallo. E’ deciso, il viaggio continua.

Sono passati tre anni ormai  ed “en el muelle de San Blas “ è diventata la colonna sonora di questa incredibile esperienza.  

Un Surf Trip ti cambia la vita ( Parte 1)

Inizio 2022.

 Il paese Italia è dilaniato da polemiche da certificato verde e si è reduci da due anni di folle rincorsa al virus:  Apri, chiudi, riapri giallo, rosso , arancio, chiudi nuovamente. E’ colpa dei cinesi, dei runners, degli anziani, dei ragazzi, di chi va in vacanza , di chi non ci va.

Seduto sul divano di casa mia, penso a cosa ci aspetterà alla fine di questa triste e tragicomica vicenda e tutte le opzioni sul tavolo della mia mente mi mettono i brividi. Dentro di me sento il desiderio della fuga, più lontano possibile da questa follia dalla quale oramai riesco ad isolarmi sempre con maggiore fatica.

Per me, al momento, la fuga è sempre in camper e con una tavola da surf legata sul tetto ( un longboard per l’esattezza). Decido di andare. Direzione: la costa atlantica dell’Andalusia.

Il contatto con questa terra unica è destabilizzante. L’atmosfera festosa della regione, unita ad un clima invidiabile nel mese di Marzo, mi fa dimenticare immediatamente quel senso di ansia e angoscia provato negli ultimi tempi italiani. Una volta in zona mi fiondo in un surf shop a reperire informazioni, e dopo qualche minuto esco dal negozio con una bella lista di spot.

Arrivo nel primo villaggio indicato, un tempo comunità hippie, e che nonostante gli anni passati mantiene ancora quel sapore libertario che tanto amo. Due piccoli locali affacciano sulla spiaggia, offrendo ai clienti ottime tapas e musica reggae. Parcheggio e mi godo la serata e una bellissima atmosfera.

La mattina seguente di buon’ ora sono già in acqua e mi godo onde di una qualità inaspettata. 

Onde lunghe e morbide unite ad un sole (quasi) africano e una temperatura dell’acqua gradevolissima per il mese di marzo rendono, questo primo giorno di surf indimenticabile. 

Mentre sono in acqua, scambio qualche parola con un maturo surfista spagnolo e quando usciamo facciamo conoscenza. Si chiama Xavi, camperista anche lui e arriva da Barcellona. Mi racconta che transita spesso da queste parti quando decide di scendere in Africa per i suoi road surf trip: Marocco, Mauritania e giù fino al Senegal ed in tanti anni di surf si è costruito oramai una mappa accuratissima di spot ideali per il long. 

Viaggia con la moglie e un ragazzo molto giovane, adottato da lui e dalla moglie proprio in Africa, poiché, mi racconta, la moglie svolgeva molte attività di volontariato su tutto il continente africano e lui di buon grado aveva deciso di seguirla ogni volta che poteva.

Xavi mi saluta, chiedendomi se il giorno dopo avevo voglia di conoscere uno spot ad una mezz’ora di strada da li e, ovviamente, accetto di buon grado. 

Ci diamo appuntamento al pomeriggio, per preparare i camper e organizzare il piccolo trasferimento verso la spiaggia prescelta. Vogliamo arrivare la sera per goderci il tramonto andaluso e perché la mattina dopo si attende bassa marea, la condizione migliore per quello spot.

Alle 18 i due camper sono pronti e partiamo. Il tragitto è abbastanza breve, all’arrivo noto subito che la zona è abbastanza turistica, molto curata e con alloggi dedicati alla stagione estiva, ma visto il periodo è tutto chiuso e in giro pochissima gente. 

La Spiaggia è molto bella, grande. Una ripida scogliera la percorre in tutta la sua lunghezza. 

In alto sopra la scogliera c’è un parcheggio sterrato abbastanza grande con tanto di divieto ai camper. Al suo interno però troviamo già diversi camper parcheggiati incuranti del divieto e decidiamo molto tranquillamente di non seguire le indicazioni affisse. Ci parcheggiamo e scendiamo a goderci il panorama. Siamo 7-8 camper tutti in fila, tutti in attesa. Ci prepariamo la cena e ci godiamo la fine di questa giornata e la notte di fronte all’oceano.

La mattina seguente mi sveglio di buon’ora, ma l’alba andalusa si fa attendere e quindi verso le 7.45 ecco il sole iniziare ad illuminare la spiaggia e il mare. Le onde ci sono e sono fantastiche, tre picchi mi saltano subito all’occhio. Di fronte a noi il picco principale con già una decina di surfers pronti ad entrare in acqua. L’onda del primo picco è un onda abbastanza consistente e piuttosto veloce pur aprendo molto bene. Volgendo lo sguardo verso destra si nota subito un picco più piccolo e contenuto con un onda abbastanza lunga, una bella destra che supera di poco il mezzo metro. Continuando a scrutare noto che il mare è veramente spettacolare, grazie soprattutto alla leggera brezza da terra che rende la giornata che sta per iniziare come uno di quei giorni da ricordare. In fono alla visuale a destra, eccolo il terzo picco. E’ distante circa trecento metri a piedi ma intravedo una bella onda, una destra anche qui, abbastanza consistente e molto molto lunga. Mi giro verso Xavi, lo guardo, sorrido e lui mi accenna con il capo che si , il nostro picco è proprio quello.

Nel frattempo mi volto e noto il camper di fianco al mio. un vecchio mansardato su base Ford di fine anni 80 o giù di lì. Il camperista è un signore sulla settantina, abbronzato con una bella trsta piena di capelli bianchissimi. Insieme e lui un cane, anche lui non certo giovane.

Ma il mare chiama e quindi prendiamo i due long, scendiamo la scalinata che ci separa dalla spiaggia e ci incamminiamo. Tempo 10 minuti e siamo in acqua.

Le onde sono veramente ciò che sembravano, e abbiamo la fortuna di dividere la line up con solo altri 2-3 longboarder. Una destra pulita pulita che apre benissimo. Alla prima onda che arriva, quattro pagaiate e l’aggancio, è morbida morbida, quindi la discendo praticamente tutta, avendo tutto il tempo necessario per alzarmi sul mio 10 piedi ed effettuare il bottom turn. La surfata è pulitissima e il mio long passeggia senza fatica ne troppi sobbalzi. Ciò rende facilissimo il cross step per affacciarmi sul nose e godermi tutto lo spettacolo. 

Passiamo quasi tre ore in acqua, fin quando complice l’inizio della salita della marea e la stanchezza che inizia a farsi sentire non decidiamo di uscire, dando appuntamento al tardo pomeriggio per un’altra sessione nella giornata….

( To Be Continued)