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Autore: Alessandro Capria

Il Vertice dello Stile e il Canto del Cigno

Ossia la vera storia di Willy La Furia

All’interno del quiver di tavole presenti qui alla Meya Surf Tribe, ce n’è una che in particolare ha il potere di sovvertire le regole del gioco ogni volta che la porto in acqua. È un longboard 10’2, plasmato in Italia dalle mani di quello che nel panorama dei logger italiani chiamano, a ragione, Il Dottore: Dr. Ank, alias Marco Rizzo.

Ero entrato in contatto con Marco dopo aver recuperato un suo vecchio noserider usato, e rimasi piacevolmente impressionato sia per le linee sia per il comportamento in acqua. Quando gli spiegai che cercavo un long molto lungo, puro, capace di aggredire la forza dell’oceano senza scendere a patti con la nevrosi moderna, mi propose un modello che definì “superbo”. Era il discendente diretto di una linea genetica nata decenni prima in California e di cui Marco era stato utilizzatore per diversi anni: il Bing Pintail Lightweight.

Quando Marco mi ha consegnato la tavola, era un oggetto di una bellezza disarmante, talmente equilibrata nelle linee da non sembrare neanche un colosso da oltre dieci piedi. Ma la vera meraviglia, quella viscerale, l’ho provata solo dopo averla battezzata nell’oceano. Le primi due o tre sessioni sono servite solo a studiarci, su onde piccole e lente che non riuscivano a scatenare emozioni forti.

Poi, è arrivato il giorno del giudizio. Una mattina, sulla costa a est di A Coruña, è entrata una swell solida: un metro abbondante d’onda con un periodo di 14-15 secondi. Un’energia oceanica pura, potente, che non ammetteva esitazioni. Ho rotto gli indugi e sono andato in acqua con la mia nuova creatura. Alla prima onda utile, ho pagaiato con decisione e la tavola ha agganciato l’onda all’istante. Bottom turn profondo a sinistra e “Willy La Furia” — così poi avrei ribattezzato il mio Dr. Ank — si è infilata nella parte alta del muro d’acqua come una lama calda nel burro. È bastato fare due passi avanti verso la prua ed ecco che la tavola ha preso una velocità da urlo, scatenando tutta l’idrodinamica impressa nello shape. Mi sono accorto che stavo scappando via troppo velocemente, allontanandomi dalla tasca buona dell’onda; ho abbozzato un cut backper riprendere la traiettoria corretta ed è in quel preciso millesimo di secondo che questo gioiello mi ha mostrato tutto il suo repertorio. Una virata stretta, chirurgica, un rientro fulmineo sulla schiuma e poi di nuovo due passi avanti, in bilico sul trim, di nuovo in paradiso.

Per capire però l’origine di questa folgorazione, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e capire da dove è stata strappata questa forma.

A metà degli anni Sessanta, il surf stava vivendo il vertice della sua Golden Age, ma era un’età dell’oro già minata dalle prime tossine della mercificazione. Il Pig, che aveva dominato la prima metà del decennio spostando il volume e la larghezza massima verso la poppa per facilitare le manovre, aveva compiuto la sua missione libertaria: aveva democratizzato l’oceano. Ma il capitalismo industriale fiutò subito l’affare. Le spiagge della California meridionale vennero invase da una cultura di massa omologata, spinta dal turismo di massa, dal pop solare dei Beach Boys e dall’immaginario patinato del film The Endless Summer (1966). Il sistema stava trasformando un atto di ribellione esistenziale in un prodotto di consumo per la borghesia.

Eppure, tra il 1965 e il 1966, la controcultura del longboard classico reagisce toccando il suo apice stilistico e politico. Il trim cessa di essere una tecnica e diventa un manifesto di dissenso: il refusal di forzare l’onda, la scelta radicale di abitarla. Il palcoscenico mondiale assiste al trionfo del noseriding d’élite, una disciplina che univa la precisione geometrica alla fluidità della danza.

Ma l’isolamento romantico di quella resistenza stava per essere travolto dalle spallate della storia. Sotto la superficie, l’avvento della psichedelia, la rabbia contro la guerra del Vietnam e la nascita della controcultura hippy stavano cambiando l’attitudine dei surfisti più radicali. L’eleganza classica del longboard iniziò a essere percepita da una nuova avanguardia come un esercizio troppo statico, quasi pacificato con il sistema. Si faceva strada il desiderio di un surf viscerale, veloce, capace di penetrare nelle sezioni più cave e brutali dell’onda, non per dominarla, ma per fuggire dal controllo della terraferma.

Il ponte tecnologico di questa transizione nacque nel 1968 a Hermosa Beach, nell’officina di Bing Copeland. Intuendo che la nuova generazione cercava una manovrabilità totale senza voler cedere di un millimetro sulla capacità di remata e sulla stabilità selvaggia dei lunghi logs, Copeland si affidò al genio anarchico di Dick Brewer. Brewer concepì una tavola nata per rompere gli schemi, l’ultimo baluardo prima del caos: il Bing Pintail Lightweight.

Il design di questo mezzo fu una folgorazione idrodinamica basata sul sabotaggio delle vecchie regole, strutturato su tre intuizioni fondamentali:

  • La coda a punta (Pintail): Spezzando la tradizione delle code larghe e quadrate fatte per la staticità del noseriding, la coda affusolata permetteva alla tavola di incastrarsi chirurgicamente nella parete dell’onda, garantendo stabilità e controllo assoluto nei point break più veloci o nelle sezioni più scavate.
  • I Bordi Down-Rail: Brewer distrusse i profili tondi del passato. Se la prua rimaneva morbida, i bordi andavano a stringersi e a squadrarsi verso la coda (hard edges). L’acqua veniva espulsa istantaneamente, generando una spinta (drive) e una velocità mai sperimentate prima su un longboard.
  • La Sottrazione del Peso: In linea con il nome (Lightweight), la tavola venne alleggerita riducendo i tessuti di fibra di vetro e la resina. Meno peso significava massima reattività, la libertà di passare da un bordo all’altro con movimenti repentini.

Il Pintail Lightweight fu un successo commerciale immediato, l’arma perfetta per tracciare linee continue e veloci. Ma la storia del surf-business sa essere spietata. Quella tavola così perfetta, concepita per evolvere il log, finì per essere il suo canto del cigno. Le innovazioni di Brewer sui bordi e sulla coda avevano aperto il vaso di Pandora. Nel giro di pochi mesi, tra la fine del 1968 e il 1969, l’onda d’urto della Shortboard Revolution guidata dagli australiani avrebbe travolto il mondo. I surfisti tagliarono drasticamente le misure delle tavole, e l’industria ne approfittò per imporre l’obsolescenza programmata, condannando il longboard a un esilio lungo vent’anni.

Ed è qui che la storia si scontra con il mio presente in Galizia. Quando oggi spingo Willy La Furia giù per il ripido di una swell atlantica, non sto facendo un’operazione nostalgia: sto compiendo un atto di pirateria temporale. Nel 1969 i burocrati del surf-business decisero che i log erano morti, rottami da buttare per vendere la fretta, l’aggressività e il marketing dello shortboard. Si sbagliavano. Non avevano capito che l’estetica del trim non si cancella con un decreto di mercato. Ogni volta che Willy La Furia si incastra nella parete di un’onda galiziana, non sto celebrando il passato: sto riprendendomi, con l’anarchia di una pinna singola, uno spazio di libertà che l’industria aveva provato a rubarci. Il longboard non era morto; era solo in clandestinità.

Il Pig: storia di un mito (e di un’ossessione)

Quando ho iniziato con questa schiavitù emotiva che si chiama surf, ho subito riempito i tempi magri di onde – che in Italia, purtroppo, non sono rari – scovando tutto il materiale surfistico disponibile in rete. Foto, video, articoli: tutto quello che potesse darmi spunti tecnici o storici era motivo di visione o di lettura. Anni prima ero rimasto folgorato da Un mercoledì da leoni, la mitica pellicola del 1978 diretta da John Milius. Un vero e proprio cult cinematografico, un manifesto generazionale incentrato sul surf e sull’amicizia che credo abbia formato e ispirato almeno un paio di generazioni di surfisti, non solo italiani. 

Già dalle prime immagini trovate online, rimanevo sempre affascinato da un longboard della Golden Age. Questa tavola lunga, a volte in balsa e a volte in foam, con una pinna enorme molto arretrata – spesso resinata direttamente nello scafo – e un tail generoso che stringeva nettamente verso la prua (nose). Era il Pig. E scoprii presto che il personaggio di “Bear”, il guru burbero e saggio costruttore di tavole del film, era ispirato direttamente alla figura e alla vita di Dale Velzy: il creatore del Pig.

La metamorfosi del “Maiale”

A metà degli anni Cinquanta, il surf stava vivendo una crisi d’identità geometrica. Le tavole dell’epoca erano fondamentalmente dei grossi “tronchi” rettilinei in legno di balsa, larghi al centro e pesanti alle estremità. Erano oggetti pensati per un solo obiettivo: prendere l’onda, mettersi dritti e lasciarsi trasportare fino a riva come proiettili inerti. Curvare era un’impresa titanica che richiedeva di trascinare un piede in acqua come ancora o di ingaggiare una lotta di pura forza bruta con la tavola.

Poi, nel 1955, Dale Velzy ebbe un’intuizione che cambiò tutto, stravolgendo le linee idrodinamiche allora conosciute. Prese lo standard dell’epoca e, idealmente, lo capovolse. Spostò il punto di massima larghezza molto indietro, ben oltre la metà, concentrando il volume e la superficie portante verso la poppa (tail). Contemporaneamente assottigliò e strinse la prua (nose), conferendo all’oggetto una linea inedita, panciuta sul retro e affusolata davanti. Vista dall’alto, quella silhouette stravagante ricordava la sagoma di un maiale. Nacque così il Pig, il design che avrebbe aperto le porte alla modernità e dettato il ritmo alla Golden Age.

Il Pig divenne l’icona visiva di un’era pop. Era l’oggetto del desiderio caricato sulle station wagon di legno, il profilo immortalato nei primi film indipendenti di Bruce Brown e il logo stampato sulle magliette che i giovani sfoggiavano nei primi, pionieristici surf shop. Ma il legame più profondo con quell’Età dell’Oro risiedeva nell’estetica stessa della surfata. Quella stagione non cercava l’aggressività o la radicalità delle manovre moderne, ma celebrava l’eleganza, la fluidità e un controllo apparentemente senza sforzo. Il Pig era il palcoscenico perfetto per questa filosofia. Poiché la tavola manteneva la velocità da sola lungo la parete liquida, il surfista non doveva più combattere con il mezzo, ma poteva finalmente esprimersi. È su queste tavole che è nato lo stile cool per eccellenza: le camminate felpate a piedi incrociati sul ponte, le posture rilassate a braccia conserte e i primi passi verso la punta.

Oltre la tecnica: la nascita della “Maialona”

Avevo deciso: volevo anche io il mio Pig. Ma ogni volta che ne parlavo con gli shaper locali, mi sconsigliavano di dare vita a una tavola a forma di maiale, considerandola una linea ormai superata e trapassata. I longboard odierni hanno infatti ereditato la manovrabilità che Velzy cercava in quelle forme, ma unendola a performance che i Pig degli anni ’60 potevano solo sognarsi, a causa di quei bordi tondi, del bottom piatto e di quell’enorme pinna decisamente fuori tempo massimo. Ma io ero convinto che certe poesie vadano oltre la tecnica.

Nel frattempo, guidato dal puro amore per le forme, avevo intrapreso un corso di shaping con Fabio Giacomini (Pike Surf), uno degli storici shaper italiani. Iniziai a costruire le mie prime tavole, un noserider e un longboard all-round. Le mie capacità si fermavano allo studio, al design e allo shaping vero e proprio, lasciando le successive attività di glassing, sanding e glossing ad altri professionisti del settore.

Un giorno, chiacchierando con Marco – un amico artista, surfista e nomade, con il quale condivido la passione per il mare e il rifiuto per le odierne strutture della cultura in cui viviamo – abbiamo iniziato a parlare del mio Pig dei sogni. Insieme abbiamo dato una forma alle misure, condiviso l’outline e la struttura dei bordi. La sera stessa iniziai a preparare il progetto e da lì, insieme a uno shaper andaluso (mi trovavo nella provincia di Cadice in quel periodo), abbiamo dato il via al progetto “Maialona”. Dopo un mese circa, ero finalmente in acqua con la mia nuova e tanto inseguita creatura.

E lì è iniziato un nuovo modo di vedere il surf. Condurre un Pig è un esercizio di puro ascolto. È un salire e scendere continuo lungo la parete liquida, assecondando il respiro dell’onda finché non si entra nella sezione corretta: quella tasca di energia pura dove la poppa si incastra perfettamente nell’acqua. È il segnale. Si accennano due passi in avanti, un movimento morbido sul ponte, e la velocità si trasforma in danza. La prua fende il riflesso del sole, l’attrito scompare e la scivolata diventa poesia cinetica: un istante eterno in cui l’uomo e l’oceano respirano allo stesso ritmo.

La Maialona mi ha accompagnato sul tetto del mio camper per anni di viaggi. In quel periodo ero ancora in cerca della sintesi della nuova vita che volevo, e quel Pig, insieme al mio camper del 1994, ha percorso più e più volte il tratto atlantico tra l’Andalusia e la Normandia. Abbiamo surfato insieme gli spot più iconici o nascosti della costa atlantica europea, dimostrando che certe linee non invecchiano mai. Diventano semplicemente compagne di viaggio.

Ale Meya

Il Surf Ancestrale e il Peccato Originale della Modernità

Circola questo post, condiviso da diversi amici sui social. Post che condivido in toto e mi offre diversi spunti di riflessione

L’iconico film The Endless Summer (1966) è stato visto a lungo come il punto di partenza della cultura del viaggio surf, e la storia narra che durante quel viaggio intorno al mondo, Bruce Brown e i suoi compagni hanno introdotto per la prima volta il surf sulle coste africane.

Ma quello che non hanno mai detto è che quando sono arrivati a Labadi Beach in Ghana, c’erano già dei surfisti lì. Sdraiati su pezzi di legno o in piedi su canoe – il surf esisteva già. Perché Brown, Hynson o August non l’hanno mai ammesso? Non sarebbe stato più onorevole dire cosa ci hanno trovato realmente?

Il surf può essere vecchio quanto il rapporto dell’umanità con il mare. Non sapremo mai chi è stato per primo, ma probabilmente è emerso in modo naturale e indipendente, in diverse parti del mondo.

Immagina una comunità di pescatori migliaia di anni fa. Per raggiungere le acque aperte, devono attraversare pericolose onde infrangenti – richiedendo abilità e conoscenza profonda di correnti, banchi di sabbia e barriere cogliere. Al ritorno, usano le onde per raggiungere la riva più velocemente, in pieno controllo, con la cattura intatta. Sono maestri di surf.

Intanto, in spiaggia, i bambini giocano a fare i pescatori. Usando pezzi di canoa rotti, si dirigono verso l’acqua, imparando le abilità per gestire la riva e poi ritornano scivolando su un’onda.

Lo stoke che ogni surfista prova alla sua prima ondata è lo stesso che tutti quei bambini hanno provato per migliaia di anni. Nessun bambino smetterebbe di inseguirlo, a meno che qualcuno non lo proibisse. Ed è esattamente quello che è successo quando la colonizzazione ha cancellato le culture e le tradizioni ancestrali, e con esse, il surf.”

Anche in Italia questo dibattito esiste da tempo. Ho partecipato a diverse discussioni, spesso sterili e campanilistiche, su chi fosse stato il primo a importare il surf o a cavalcare un’onda sulle nostre coste. Discussioni che dimenticano sistematicamente — e in Italia ce lo siamo dimenticati decisamente — che il nostro rapporto con il mare e con le onde è antico di millenni. Le molteplici forme di “scivolamento” sull’onda sono nate probabilmente da modalità autonome, spontanee e indipendenti, ovunque ci fosse una comunità umana affacciata su una spiaggia.

Il problema risiede nel nostro modo di pensare odierno, un filtro occidentale ed eurocentrico che ci porta a catalogare come “scoperta” solo ciò che è stato visto, mappato e documentato dall’epoca moderna in poi. È lo stesso meccanismo perverso per cui l’America risulta “scoperta” da Cristoforo Colombo, ignorando i popoli che la abitavano da millenni. Dalla modernità in poi, il modo di nascere, mangiare, vivere e persino dormire ha subito una standardizzazione storica: tutto ciò che differisce da questo canone non viene compreso o, peggio ancora, viene decretato come mai esistito.

È seguendo questa logica coloniale che la storia ufficiale ci racconta di James Cook che, arrivando alle Hawaii alla fine del 1700, “scopre” il surf. I diari di bordo lo descrivono come una sorta di divertimento collettivo che univa adulti e bambini, maschi e femmine, capi tribù e pescatori poveri. Ma gli hawaiani praticavano il surf invece di lavorare per i nuovi padroni e, soprattutto, le donne lo praticavano in costume, mezze nude secondo i canoni moralisti dell’epoca. Per i preti e i colonizzatori occidentali tutto questo era semplicemente intollerabile. I preti, cazzo. Sempre i preti.

E quindi giù pesante con i divieti — strano, eh? — e il surf hawaiano è stato costretto a nascondersi, a sopravvivere in clandestinità per oltre un secolo. Almeno fino all’arrivo di Duke Kahanamoku, uno straordinario atleta nativo, nuotatore e surfista che, grazie alle sue partecipazioni olimpiche tra il 1910 e il 1920, lo portò in giro per il mondo, sdoganandolo negli Stati Uniti. Gli Amerikani non aspettavano altro: prendere possesso di ciò che per sua natura non dovrebbe essere proprietà di nessuno. Nel giro di pochi decenni, il surf è stato violentato nell’immaginario collettivo, trasformato nel prototipo dello “Sport Americano”. Ma a voler essere precisi, il surf non è mai stato uno sport. E sicuramente non appartiene agli Yankees.

La cultura dello scivolare sulle onde esisteva ed è documentata da centinaia di anni in Perù (con i caballitos de totora), in India, in Camerun, in tutta l’Oceania e chissà in quanti altri angoli dimenticati del globo. Ma intanto la libertà primordiale di scivolare come si voleva, su qualsiasi onda e con qualsiasi oggetto, svaniva, lasciando il posto alle logiche dell’industria.

Oggi, i principali spot del mondo sono diventati proprietà privata degli occidentali, sfruttati per accumulare capitali attraverso multinazionali che vendono immagini preconfezionate e stili di vita artificiali, spacciandoli per segni di appartenenza. Lo scivolare sull’onda ha smesso di essere un gioco libero, una pratica meditativa, una connessione viscerale con il Grande Padre Oceano. Il mercato ha omologato i gesti, le forme, le tavole e le menti.

Il progetto di Meya Project nasce da qui, da questo preciso punto di rottura. Scrivere la storia del longboard, dal Pig degli anni Sessanta fino alla nostra quotidianità in Galizia, non è un esercizio di stile. È un tentativo di decolonizzare il nostro immaginario. Riprendiamoci il divertimento, il surf ancestrale e la connessione selvaggia con l’oceano. Per favore.

Secessione Costiera: Il Manifesto di Meya Project

La Rifondazione della Tribù

Wild Surf Tribe — l’anima pulsante di quello che oggi è diventato  Meya Project — non è nata a tavolino per intercettare una tendenza di mercato o per vendere pacchetti vacanza a turisti metropolitani in cerca di brividi stagionali. È nata da un sabotaggio. È nata da un viaggio durato cinque anni, iniziato nel 2021 a bordo di un vecchio camper con trent’anni di asfalto sul groppone e un pesante longboard legato sul tetto.

Anni di esplorazione solitaria lungo l’intera spina dorsale della costa atlantica europea hanno cambiato, millimetro dopo millimetro, la nostra idea di surf e il nostro modo di stare al mondo. Le lunghe attese sotto la pioggia, i fuochi accesi sulla sabbia per scaldare le ossa, le settimane trascorse in isolamento totale su un singolo spot ignorando i cartelli di divieto, hanno disintegrato la narrazione ufficiale del sistema. Il surf è stato spogliato dalla vernice dello “sport” e persino da quella dello “stile di vita” mercificato dai brand. È tornato a essere ciò che era in origine: un rito ancestrale, un linguaggio antico che impone il rispetto assoluto per l’oceano, per la Terra e per sé stessi. Un atto di comunione violenta e silenziosa con gli elementi.

Meya Project è il punto di arrivo di quella fuga. È il momento in cui il furgone si ferma, spegne il motore e decide di piantare radici profonde nella terra rude della Galizia.

Qui, nel silenzio delle albe oceaniche della costa gallega, dove il vento pettina le dune e l’acqua respira con un ritmo geologico, abbiamo fondato un Libero Territorio. Una comunità stanziale di anime affini che hanno scelto di chiamarsi fuori dalla nevrosi iper-digitalizzata e dal materialismo edonista della società attuale per sperimentare nuove forme di vita e aggregazione e di diserzione pratica.

In questo avamposto atlantico, la nostra quotidianità si fonda su quattro pilastri di resistenza:

1. Il Surf Classico come Pratica di Presenza

Su queste coste frastagliate dalle rías, andiamo a caccia di spot isolati dove la natura è ancora la padrona incontrastata del paesaggio, cercando l’onda morbida e infinita adatta ai nostri single fin. Rifiutiamo l’aggressività iper-atletica delle tavolette moderne. Usiamo longboard artigianali, nati dalle mani di shaper indipendenti europei che conoscono la storia e la fisica idrodinamica. Il surf torna a essere una disciplina della pazienza e della grazia: saper attendere la linea giusta, calcolare la marea, leggere il posizionamento del banco di sabbia e condividere un sorriso seduti sulla tavola mentre il sole sale, senza giudici, senza tabelloni e senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa a un algoritmo su Instagram.

2. Lo Yoga e i Percorsi Olistici come Cura dal Rumore

A terra, la resistenza continua attraverso il respiro. Lo yoga non è una ginnastica posturale da palestra cittadina, ma lo strumento per ricucire ciò che il rumore quotidiano del capitale sfilaccia continuamente. Le classi sorgono all’alba o al tramonto, quando la luce è cruda e la terra galiziana si fa tappeto. La meditazione, l’alimentazione naturale e i lunghi momenti di silenzio non sono lussi, ma piccole abitudini di autogoverno e cura che guariscono la mente dalle tossine dell’iper-connessione.

3. Il Trekking come Addestramento al Tempo

I sentieri Galiziani ci chiamano verso l’interno, attraversando scogliere verticali, fiumi selvaggi e campagne antiche. Camminare per ore tra i boschi che sfiorano le spiagge diventa l’estensione naturale della tavola. È un andare lento che allena lo sguardo a ridefinire le distanze, che insegna il passo giusto e che restituisce all’essere umano la reale misura del tempo, perduta dentro le scadenze artificiali delle metropoli.

4. L’Economia dell’Essenziale e il Patto della Tribù

Vivere in natura, per noi, significa applicare la decrescita: abitare il ritmo delle stagioni, consumare meno e sentire di più. Le nostre giornate sono cucite con il filo dell’essenzialità autarchica: la legna che scalda il rifugio, il cibo pulito che nutre, il lavoro fatto con le proprie mani. Ci piace recuperarci dall’oceano stanchi, congelati e felici, con il sale sulla pelle e la mente finalmente vuota.

Nella Meya Surf Tribe il tempo non si misura in ore, ma in mareggiate. Quando la swell solida entra, la tribù si ferma. Non ci sono capi, non ci sono gerarchie, non ci sono strutture burocratiche. Esiste solo un patto silenzioso tra pirati che hanno deciso di disertare la schiavitù salariale: rispetta la terra, difendi il mare, collabora con la tribù.

Questo progetto è una casa aperta per chiunque abbia avvertito lo stesso senso di soffocamento e sia in cerca di radici, di respiro e di una comunità reale con cui condividere gioie, ma anche le inquietudini che si dissolvono solo grazie alla forza dell’agire comune. Non promettiamo scorciatoie, non vendiamo illusioni. Offriamo pratiche, ascolto, isolamento e complicità. Il resto lo fa l’Atlantico.

Vieni così come sei. Lascia a casa le etichette, le insegne e i ruoli che ti hanno appiccicato addosso nel mondo produttivo. Porta con te solo la curiosità, una tazza per il tè e la disponibilità a rallentare. L’onda, il respiro e il sentiero faranno il resto. Benvenuto nella sponda libera dell’oceano.

Meya è un’ idea nata dalla ricerca di un nuovo modo di intendere il mondo e la nostra società. La ricerca di un mondo comunitario, ecologico e pacifista.

Il Progetto Meya nasce, dopo un lungo viaggio, durato quattro anni, nel quale abbiamo potuto metterci a confronto con altre persone, condividere idee e nutrire il progetto di una nuova idea di vita.

La Secessione Costiera

Siamo in viaggio da tre mesi ormai.

Questa notte siamo arrivati in questo angolo di Galizia, nel nord della Spagna, in un tratto di costa che le mappe e la storia chiamano “Costa della Morte”. Un nome battezzato dalle forti correnti e dal numero infinito di naufragi che, nell’arco dei secoli, hanno inghiottito le navi passate da queste parti. Siamo arrivati con il buio, abbiamo spento il motore in un ampio parcheggio sterrato e ci siamo messi a dormire.

Questa mattina, al risveglio, lo scenario è assolutamente incredibile. Una natura rigogliosa e selvaggia si apre innanzi a noi: la vista si perde tra boschi lussureggianti, mentre una grande spiaggia di sabbia bianca fa da anticamera a un mare color turchese. È un mercoledì di fine maggio ed è tutto magnificamente deserto intorno a noi. Man mano che la marea scende, la playa diventa sempre più grande, imponente, scoprendo un’onda pulita di circa 40-50 centimetri che apre perfettamente. Niente di eccezionale per i canoni del surf atletico, ma abbastanza per un bagno memorabile.

Prendo la tavola e vado in acqua. Arrivano tre o quattro persone, ma per la dimensione della spiaggia è come stare in mare completamente soli. Due ore di surf mi rilassano la mente. All’uscita decido di restare immobile, a farmi coccolare dalla sabbia e da un leggero vento da terra. Il momento è perfetto. Il silenzio è interrotto solo dal rumore del vento, dalle onde che si infrangono e dal garrito di qualche gabbiano. Stare lì, senza vincoli di tempo, godendo del solo accompagnamento naturale, è un regalo senza prezzo.

Ho abbandonato quelle che erano le mie certezze da poco più di tre mesi. Di settimana in settimana, dopo aver comunicato la mia decisione di prendermi un periodo di libertà assoluta per poter riprendere fiato, ho assistito alla scomparsa sistematica di molte persone dal mio radar. Qualche risatina alle spalle, il progressivo e calcolato allontanarsi di chi, evidentemente, vedeva in me solo qualcuno che serve a far business. Dal momento in cui non sei più parte del sistema, dal momento in cui smetti di essere l’ingranaggio funzionale di qualche macchina, finisci poco a poco nel dimenticatoio dei produttivi.

FFino a sei mesi prima gestivo un’azienda. Il mio telefono era continuamente in fermento per le chiamate di “amici” che volevano incontrarmi, condividere idee, proporre progetti. Ma da tre mesi a questa parte, tutto quel rumore di fondo è andato scemando, lasciando spazio solo all’essenza.

È impressionante notare quanto, insieme al ruolo e al lavoro, stia evaporando anche la maschera e il vestito che ero obbligato a portare nel mondo. Il sistema funziona così, ti incasella: devi essere genitore, impiegato, operaio; devi occupare un posto di potere o di subordinazione, devi essere insegnante o studente. Ognuna di queste posizioni rappresenta un’enorme etichetta appiccicata sulla pelle, un codice a barre che veicola e costringe il tuo modo di agire quotidiano.

Ma quando scompare l’etichetta e rimani nudo, quando inizi a muoverti libero nel tempo e nello spazio fuori dalle rotte commerciali, cominci a riscoprire — o forse a imparare da zero — chi sei veramente. Senza limiti, senza insegne, senza padroni. Penso sia il regalo più rivoluzionario che un essere umano possa concedersi.

Mentre guardo l’oceano galiziano, mi torna in mente una frase di Mario Cecchi, uno dei fondatori di Avalon, l’ecovillaggio nell’Appennino Pistoiese:

Non puoi tornare indietro una volta libero, il tuo è uno stato dell’anima che non può essere condizionato, non fai più parte di questa società. Tu, allora, provi la stessa gioia di volare, di fare un salto in un’altra dimensione: non appartieni più a questo mondo. La vita è fantastica solo se le permettiamo di esserlo….

Il Ragazzo di Settantacinque Anni e il Dovere Morale della Diserzione

Che surfata spettacolare. Camminando lungo la battigia per rientrare al camper, passiamo di fianco al secondo picco, quello più piccolo dei tre. Lì noto il signore anziano, il mio vicino di sterrato, in acqua a prendersi le sue onde. La cosa che mi salta subito all’occhio non è la tecnica o la linea, ma il sorriso enorme, stampato in faccia, mentre cavalca il suo longboard. Lo scruto per qualche minuto: su un’onda, dopo aver perso il controllo, si lancia in un tuffo goffo e divertito, come un ragazzino che gioca a riva. Quel gesto non mi lascia indifferente; amplifica a dismisura la mia sensazione di gioia e di profonda soddisfazione per la mattinata appena conquistata.

Rientro in furgone, mi sciacquo con un po’ d’acqua dolce e metto sul fuoco la moka per il caffè post-session. Giusto il tempo di prendere la tazza e sedermi fuori, che vedo arrivare il simpatico signore dai capelli bianchi. Tavola sottobraccio e, appena apre il portellone del camper, ecco il cane che scende facendogli le feste. Si toglie la muta, si dà una passata rapida con il doccino esterno e la appende ad asciugare al grande specchietto retrovisore. La curiosità è troppa: sento che dietro quell’uomo c’è una storia che merita di essere ascoltata. Mi avvicino.

Gli porgo una tazza di caffè con un sorriso. Accetta di buon grado. Mi presento, gli chiedo qualcosa di generico e lui inizia a chiacchierare, visibilmente soddisfatto della mattinata e della compagnia appena trovata. Racconta di chiamarsi Helmut, è danese e, dice, “amico, sono un vecchio ragazzo di 75 anni”. Vive in camper da dieci anni, da quando sua moglie ha lasciato questa terra lasciandolo solo con i suoi rimpianti. Mi confessa che lei era una donna solare, imprevedibile, che lo aveva esortato più volte a una vita di maggiori avventure e leggerezza. Ma lui aveva sempre declinato, costantemente impegnato nella sua scalata sociale verso una maggiore sicurezza economica, ingabbiato nel ruolo di impiegato di una grossa società di trasporti danese.

“Ho lavorato lì per trent’anni, godendomi poco o nulla di ciò che succedeva intorno a me. Mia moglie e i miei figli li vedevo un paio d’ore la sera e durante i fine settimana. La vita andava così. Fino ai cinquant’anni credevo che ciò che stavo facendo fosse giusto, che stessimo costruendo una società migliore, che occorresse lavorare sodo per scongiurare il pericolo della povertà. Poi la situazione è cambiata, ho smesso di crederci. Mi chiedevo come fosse possibile che la tecnologia avanzasse a velocità siderali, che il mondo naturale che ricordavo andasse sgretolandosi e, nonostante questo, la scarsità di tempo e di risorse la facesse ancora da padrona nelle nostre esistenze. Come poteva essere che producevamo molto di più in meno tempo, che trasportavamo merci più velocemente, ma non stavamo guadagnando un solo grammo di libertà? Non stavamo meglio.

Il surf lo avevo scoperto sul finire degli anni Sessanta, durante un viaggio sulla West Coast degli Stati Uniti. Me ne innamorai subito, ma tornato in Danimarca misi da parte i sogni per iniziare a produrre, a costruire una famiglia, una casa… Poi, poco prima di andare in pensione, mia moglie se n’è andata e lì ho preso la decisione. Ho tolto tutto dalla mia vita, tranne questo vecchio camper e il cane. Ho comprato una muta, una tavola e sono partito per vedere come poteva essere. O forse, come sarebbe stato. E credo che sarebbe stata una vita meravigliosa. Spesso mi sveglio e ripenso a quanto sarebbe stata felice Anna di stare qui con me e mi viene un po’ di malinconia; poi, se l’oceano lo permette, mi butto in acqua e torno bambino per un paio d’ore. Libero la malinconia e ritorna il sorriso.

Navigo tra la Danimarca e il Marocco percorrendo da dieci anni le strade della costa atlantica. Viaggio in base alle stagioni, e ogni tanto rientro per abbracciare figli e nipoti. Ma poi il richiamo si fa forte; allora salgo su questo vecchio macinino e riparto in cerca di onde. Soprattutto in cerca di onde adatte alla mia età”, conclude ridendo.

“Vedi, amico mio, ci vogliono far vivere come degli schiavi del cazzo. Invece il mondo è qui e la vita è ora, a portata di mano. Tocca solo a noi goderne appieno”.

Trascorro con Helmut qualche ora, parlando di surf e di libertà. Di fianco a me, su una sdraio, Xavi è in modalità siesta: vigile e in ascolto, ma con gli occhi chiusi. Io osservo Helmut e penso che quell’anziano signore stia incarnando lo spirito autentico del surf molto meglio di tanti ragazzotti griffati, ossessionati dal postare su Instagram ogni singolo istante delle loro sessioni. Nel tardo pomeriggio, come pianificato, ci ritagliamo un’altra bella sessione e la sera la passiamo a contemplare il cielo e le stelle di fronte all’oceano. La mattina dopo decido di salutare la compagnia per tornare verso il villaggio dei giorni precedenti. Saluto Xavi e mi avvicino a Helmut. Lui mi abbraccia forte, e i suoi occhi lasciano intendere molto più di quello che le parole potrebbero dire.

Rientro al villaggio hippie e decido di fermarmi lì per qualche giorno, sfruttando la presenza di un grande ed economico campeggio sotto la pineta. Le mie giornate si dividono principalmente tra le sessioni in mare e la strada di fronte alla spiaggia, dove ogni giorno prende vita un mercatino di artigianato locale. Quel mercato è un luogo di incontro e aggregazione pura. Una sorta di piazza multiculturale dove convivono esistenze e nazionalità tra le più disparate. Mi diverte restare lì ad ascoltare le storie di chi è di passaggio ma sta coltivando attivamente i propri desideri. È come se, dato il periodo immediatamente post-pandemico, si fossero riaperte le porte di un mondo nuovo, un’atmosfera da “adesso o mai più” per la realizzazione di sogni sospesi e attesi per due anni di restrizioni.

C’è l’italiano che attende la stagione estiva per racimolare i soldi necessari a ricongiungersi con il suo pezzo di terra acquistato nelle foreste brasiliane. C’è lo spagnolo che si organizza per imbarcare il camper a Lisbona e far rotta verso il Nuovo Mondo, un viaggio che ha il sapore delle esplorazioni antiche. C’è il vecchio andaluso che ricorda quando, quarant’anni prima, proprio nel bosco dietro di noi, gestiva la coltivazione di oppio per conto di fantomatici imprenditori americani. E ogni tanto passa qualche surfista nomade digitale nordeuropeo, di ritorno dal Marocco per sfuggire all’inverno del vecchio continente.

Ma il mio pensiero continua a tornare all’incontro con Helmut, a quella vita libera fatta di asfalto, incontri, tramonti oceanici e delle coccole di un vecchio cane. Una vita fatta di pochissime cose, ma capaci di accenderti gli occhi. Quello che continua a risuonarmi dentro non è tanto la semplice critica al sistema in cui viviamo, ma la ragionevole convinzione che abbandonare tutta questa giostra fatta di imposizioni, regole e sacrifici alienanti sia non solo un sacrosanto diritto, ma un vero e proprio dovere morale:

Non siamo noi che inquiniamo il mare, ma quelli asserviti a tutto questo. Non siamo noi che sporchiamo le spiagge, che tagliamo gli alberi, che stipano miliardi di animali in vite d’inferno in attesa del macello, che sganciano bombe sulla testa di vecchi e bambini inermi… noi siamo solo quelli che vogliono godere di quello che rimane di questo fantastico e meraviglioso spettacolo.

I pensieri si rincorrono durante tutti i giorni successivi, fino alla mattina della partenza. Di fronte alla spiaggia, mentre faccio colazione, la radio del locale passa “En el muelle de San Blas”. Un uccellino entra, si posa su un tavolo a pochi centimetri da me, mi osserva per un istante e poi vola via verso il cielo. Mi alzo, pago e mi dirigo verso il camper. Si parte. Mi immetto sulla strada statale e allo svincolo autostradale, dopo un ultimo e definitivo tentennamento, metto la freccia a sinistra e inizio a dirigermi verso il Portogallo. È deciso: la secessione continua.

Sono passati tre anni da quel giorno, e “En el muelle de San Blas” è diventata la colonna sonora di questa incredibile esperienza.

La Fuga Andalusa – L’Inizio del Sabotaggio

Inizio 2022.

L’Italia è un paese dilaniato dalle polemiche sul certificato verde, reduce da due anni di folle e nevrotica rincorsa a un virus. Un teatrino grottesco fatto di aperture, chiusure, zone gialle, rosse, arancioni e repentine serrate. La colpa, a giorni alterni, è dei cinesi, dei runner, degli anziani, dei ragazzi, di chi va in vacanza o di chi decide di restare a casa. Seduto sul divano, guardo lo schermo del televisore e penso a cosa ci aspetterà alla fine di questa tragicomica vicenda. Ogni opzione sul tavolo della mia mente mi mette i brividi. Dentro di me, profondo e viscerale, sento un unico desiderio: la fuga. Andare il più lontano possibile da una follia collettiva dalla quale oramai riesco a isolarmi sempre con maggiore fatica. [1]

Per me, da che ho memoria, la fuga ha un’unica forma: un camper e una tavola da surf legata sul tetto — un longboard, per la precisione. Decido di mollare gli ormeggi. Direzione: la costa atlantica dell’Andalusia.

Il contatto con questa terra unica è destabilizzante. L’atmosfera festosa della regione, unita a un clima invidiabile per il mese di marzo, cancella immediatamente l’angoscia e l’ansia accumulate negli ultimi tempi in Italia. Appena arrivato in zona mi fiondo in un surf shop per recuperare informazioni grezze; dopo pochi minuti esco dal negozio con una mappa scritta a mano di spot ideali.

Raggiungo il primo villaggio indicato. Un tempo era una comunità hippie e, nonostante il passare degli anni, mantiene intatto quel sapore libertario e anarchico che tanto amo. Due piccoli locali affacciano direttamente sulla sabbia, offrendo tapas e musica reggae a pochi passi dalla risacca. Parcheggio, spengo il motore e mi godo la serata, respirando un’aria che in Italia sembrava ormai illegale.

La mattina seguente, di buon’ora, sono già in acqua. L’oceano mi accoglie con onde di una qualità inaspettata: lunghe, morbide, pettinate da un sole quasi africano. La temperatura dell’acqua è gradevolissima per essere marzo. Quel primo giorno di surf si imprime nella mente come indimenticabile. Mentre sono sul line-up, scambio qualche parola con un maturo surfista spagnolo. Quando usciamo dall’acqua, ci stringiamo la mano. Si chiama Xavi, è un camperista anche lui e arriva da Barcellona. Mi racconta che transita spesso da queste parti quando decide di scendere in Africa per i suoi road trip selvaggi: Marocco, Mauritania, giù fino al Senegal. In tanti anni di mare si è costruito una mappa chirurgica di point perfetti per il log. Viaggia con la moglie e un ragazzo molto giovane, adottato proprio in Africa durante le molteplici attività di volontariato di lei, che Xavi seguiva ogni volta che le rotte della vita glielo permettevano.

Prima di salutarmi, Xavi mi chiede se l’indomani ho voglia di scoprire uno spot a una mezz’ora di strada da lì. Ovviamente accetto. Ci diamo appuntamento per il pomeriggio, il tempo di preparare i furgoni e organizzare il piccolo trasferimento verso la spiaggia prescelta. Vogliamo arrivare la sera stessa per goderci il tramonto andaluso e trovarci già sul posto la mattina dopo per la bassa marea, la condizione ideale per quel fondale.

Alle 18:00 i due camper sono pronti e partiamo. Il tragitto è breve. All’arrivo noto subito che la zona è prettamente turistica, molto curata e piena di alloggi dedicati alla stagione estiva, ma visto il periodo è tutto chiuso: le strade sono deserte. La spiaggia è imponente, grandiosa, costeggiata in tutta la sua lunghezza da una ripida scogliera di roccia scura.

In alto, proprio sopra la scogliera, si apre un grande parcheggio sterrato. All’ingresso campeggia un enorme cartello di divieto di sosta per i camper. Tuttavia, al suo interno troviamo già diversi furgoni parcheggiati, totalmente incuranti del blocco. Decidiamo, con la naturalezza che si deve a ogni divieto assurdo, di ignorare le indicazioni affisse. Ci parcheggiamo in linea e scendiamo a guardare il mare. Siamo sette o otto camper, tutti in fila, tutti in attesa dello stesso ritmo. Prepariamo la cena mentre la notte si siede di fronte all’oceano.

La mattina seguente la sveglia suona presto, ma l’alba andalusa si fa attendere. Verso le 7:45 il sole inizia finalmente a illuminare la spiaggia. Le onde ci sono e sono spettacolari; tre picchi differenti saltano subito all’occhio. Di fronte a noi, sul picco principale, ci sono già una decina di shortboarder pronti a entrare: l’onda è consistente, piuttosto veloce, pur aprendo molto bene. Volgendo lo sguardo verso destra, si nota un picco più piccolo e contenuto, una bella destra lunga che supera di poco il mezzo metro. Il mare è uno specchio perfetto, pulito da una leggera brezza da terra che preannuncia una di quelle giornate da ricordare. In fondo alla visuale, ancora più a destra, ecco il terzo picco. È distante circa trecento metri a piedi lungo la battigia, ma da lontano intravedo una destra consistente, pulita e infinitamente lunga. Mi giro verso Xavi, lo guardo e sorrido. Lui accenna con il capo: sì, il nostro picco è proprio quello.

Prima di incamminarmi, mi volto a guardare il camper di fianco al mio. È un vecchio mansardato su base Ford, fine anni Ottanta o giù di lì. Il proprietario è un uomo sulla settantina, la pelle bruciata dal sole e una testa piena di capelli bianchissimi. Insieme a lui c’è un cane, anche lui decisamente avanti con gli anni, che osserva la scogliera in silenzio. È l’archetipo della resistenza stanziale su ruote.

Ma il mare chiama. Prendiamo i due longboard, scendiamo la scalinata scavata nella roccia e ci incamminiamo sulla sabbia. Dieci minuti dopo siamo nel line-up.

Le onde sono esattamente ciò che promettevano dall’alto, e abbiamo la fortuna di dividere il picco con solo altri due o tre logger. È una destra pulitissima, che srotola senza scomporsi. Alla prima onda utile bastano quattro pagaiate decise per agganciare il flusso. La transizione è dolcissima; l’onda è così morbida che ho tutto il tempo di alzarmi sul mio 10 piedi e impostare un bottom turn profondo. La surfata è liscia, il longboard scivola senza sforzo né sobbalzi sul muro d’acqua. In quel perfetto stato di equilibrio, il cross-step viene naturale: cammino verso la prua, mi affaccio sul nose e mi godo lo spettacolo del trim ancestrale.

Passiamo quasi tre ore in acqua, finché la marea non comincia a salire e le braccia a cedere. Usciamo dall’acqua felici, dandoci appuntamento al tardo pomeriggio per la seconda sessione di una giornata in cui, finalmente, abbiamo ricominciato a respirare.