Il Vertice dello Stile e il Canto del Cigno
Ossia la vera storia di Willy La Furia
All’interno del quiver di tavole presenti qui alla Meya Surf Tribe, ce n’è una che in particolare ha il potere di sovvertire le regole del gioco ogni volta che la porto in acqua. È un longboard 10’2, plasmato in Italia dalle mani di quello che nel panorama dei logger italiani chiamano, a ragione, Il Dottore: Dr. Ank, alias Marco Rizzo.
Ero entrato in contatto con Marco dopo aver recuperato un suo vecchio noserider usato, e rimasi piacevolmente impressionato sia per le linee sia per il comportamento in acqua. Quando gli spiegai che cercavo un long molto lungo, puro, capace di aggredire la forza dell’oceano senza scendere a patti con la nevrosi moderna, mi propose un modello che definì “superbo”. Era il discendente diretto di una linea genetica nata decenni prima in California e di cui Marco era stato utilizzatore per diversi anni: il Bing Pintail Lightweight.
Quando Marco mi ha consegnato la tavola, era un oggetto di una bellezza disarmante, talmente equilibrata nelle linee da non sembrare neanche un colosso da oltre dieci piedi. Ma la vera meraviglia, quella viscerale, l’ho provata solo dopo averla battezzata nell’oceano. Le primi due o tre sessioni sono servite solo a studiarci, su onde piccole e lente che non riuscivano a scatenare emozioni forti.

Poi, è arrivato il giorno del giudizio. Una mattina, sulla costa a est di A Coruña, è entrata una swell solida: un metro abbondante d’onda con un periodo di 14-15 secondi. Un’energia oceanica pura, potente, che non ammetteva esitazioni. Ho rotto gli indugi e sono andato in acqua con la mia nuova creatura. Alla prima onda utile, ho pagaiato con decisione e la tavola ha agganciato l’onda all’istante. Bottom turn profondo a sinistra e “Willy La Furia” — così poi avrei ribattezzato il mio Dr. Ank — si è infilata nella parte alta del muro d’acqua come una lama calda nel burro. È bastato fare due passi avanti verso la prua ed ecco che la tavola ha preso una velocità da urlo, scatenando tutta l’idrodinamica impressa nello shape. Mi sono accorto che stavo scappando via troppo velocemente, allontanandomi dalla tasca buona dell’onda; ho abbozzato un cut backper riprendere la traiettoria corretta ed è in quel preciso millesimo di secondo che questo gioiello mi ha mostrato tutto il suo repertorio. Una virata stretta, chirurgica, un rientro fulmineo sulla schiuma e poi di nuovo due passi avanti, in bilico sul trim, di nuovo in paradiso.
Per capire però l’origine di questa folgorazione, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e capire da dove è stata strappata questa forma.
A metà degli anni Sessanta, il surf stava vivendo il vertice della sua Golden Age, ma era un’età dell’oro già minata dalle prime tossine della mercificazione. Il Pig, che aveva dominato la prima metà del decennio spostando il volume e la larghezza massima verso la poppa per facilitare le manovre, aveva compiuto la sua missione libertaria: aveva democratizzato l’oceano. Ma il capitalismo industriale fiutò subito l’affare. Le spiagge della California meridionale vennero invase da una cultura di massa omologata, spinta dal turismo di massa, dal pop solare dei Beach Boys e dall’immaginario patinato del film The Endless Summer (1966). Il sistema stava trasformando un atto di ribellione esistenziale in un prodotto di consumo per la borghesia.

Eppure, tra il 1965 e il 1966, la controcultura del longboard classico reagisce toccando il suo apice stilistico e politico. Il trim cessa di essere una tecnica e diventa un manifesto di dissenso: il refusal di forzare l’onda, la scelta radicale di abitarla. Il palcoscenico mondiale assiste al trionfo del noseriding d’élite, una disciplina che univa la precisione geometrica alla fluidità della danza.
Ma l’isolamento romantico di quella resistenza stava per essere travolto dalle spallate della storia. Sotto la superficie, l’avvento della psichedelia, la rabbia contro la guerra del Vietnam e la nascita della controcultura hippy stavano cambiando l’attitudine dei surfisti più radicali. L’eleganza classica del longboard iniziò a essere percepita da una nuova avanguardia come un esercizio troppo statico, quasi pacificato con il sistema. Si faceva strada il desiderio di un surf viscerale, veloce, capace di penetrare nelle sezioni più cave e brutali dell’onda, non per dominarla, ma per fuggire dal controllo della terraferma.
Il ponte tecnologico di questa transizione nacque nel 1968 a Hermosa Beach, nell’officina di Bing Copeland. Intuendo che la nuova generazione cercava una manovrabilità totale senza voler cedere di un millimetro sulla capacità di remata e sulla stabilità selvaggia dei lunghi logs, Copeland si affidò al genio anarchico di Dick Brewer. Brewer concepì una tavola nata per rompere gli schemi, l’ultimo baluardo prima del caos: il Bing Pintail Lightweight.

Il design di questo mezzo fu una folgorazione idrodinamica basata sul sabotaggio delle vecchie regole, strutturato su tre intuizioni fondamentali:
- La coda a punta (Pintail): Spezzando la tradizione delle code larghe e quadrate fatte per la staticità del noseriding, la coda affusolata permetteva alla tavola di incastrarsi chirurgicamente nella parete dell’onda, garantendo stabilità e controllo assoluto nei point break più veloci o nelle sezioni più scavate.
- I Bordi Down-Rail: Brewer distrusse i profili tondi del passato. Se la prua rimaneva morbida, i bordi andavano a stringersi e a squadrarsi verso la coda (hard edges). L’acqua veniva espulsa istantaneamente, generando una spinta (drive) e una velocità mai sperimentate prima su un longboard.
- La Sottrazione del Peso: In linea con il nome (Lightweight), la tavola venne alleggerita riducendo i tessuti di fibra di vetro e la resina. Meno peso significava massima reattività, la libertà di passare da un bordo all’altro con movimenti repentini.
Il Pintail Lightweight fu un successo commerciale immediato, l’arma perfetta per tracciare linee continue e veloci. Ma la storia del surf-business sa essere spietata. Quella tavola così perfetta, concepita per evolvere il log, finì per essere il suo canto del cigno. Le innovazioni di Brewer sui bordi e sulla coda avevano aperto il vaso di Pandora. Nel giro di pochi mesi, tra la fine del 1968 e il 1969, l’onda d’urto della Shortboard Revolution guidata dagli australiani avrebbe travolto il mondo. I surfisti tagliarono drasticamente le misure delle tavole, e l’industria ne approfittò per imporre l’obsolescenza programmata, condannando il longboard a un esilio lungo vent’anni.
Ed è qui che la storia si scontra con il mio presente in Galizia. Quando oggi spingo Willy La Furia giù per il ripido di una swell atlantica, non sto facendo un’operazione nostalgia: sto compiendo un atto di pirateria temporale. Nel 1969 i burocrati del surf-business decisero che i log erano morti, rottami da buttare per vendere la fretta, l’aggressività e il marketing dello shortboard. Si sbagliavano. Non avevano capito che l’estetica del trim non si cancella con un decreto di mercato. Ogni volta che Willy La Furia si incastra nella parete di un’onda galiziana, non sto celebrando il passato: sto riprendendomi, con l’anarchia di una pinna singola, uno spazio di libertà che l’industria aveva provato a rubarci. Il longboard non era morto; era solo in clandestinità.





















