
Il Surf Ancestrale e il Peccato Originale della Modernità
Circola questo post, condiviso da diversi amici sui social. Post che condivido in toto e mi offre diversi spunti di riflessione
“L’iconico film The Endless Summer (1966) è stato visto a lungo come il punto di partenza della cultura del viaggio surf, e la storia narra che durante quel viaggio intorno al mondo, Bruce Brown e i suoi compagni hanno introdotto per la prima volta il surf sulle coste africane.
Ma quello che non hanno mai detto è che quando sono arrivati a Labadi Beach in Ghana, c’erano già dei surfisti lì. Sdraiati su pezzi di legno o in piedi su canoe – il surf esisteva già. Perché Brown, Hynson o August non l’hanno mai ammesso? Non sarebbe stato più onorevole dire cosa ci hanno trovato realmente?
Il surf può essere vecchio quanto il rapporto dell’umanità con il mare. Non sapremo mai chi è stato per primo, ma probabilmente è emerso in modo naturale e indipendente, in diverse parti del mondo.

Immagina una comunità di pescatori migliaia di anni fa. Per raggiungere le acque aperte, devono attraversare pericolose onde infrangenti – richiedendo abilità e conoscenza profonda di correnti, banchi di sabbia e barriere cogliere. Al ritorno, usano le onde per raggiungere la riva più velocemente, in pieno controllo, con la cattura intatta. Sono maestri di surf.
Intanto, in spiaggia, i bambini giocano a fare i pescatori. Usando pezzi di canoa rotti, si dirigono verso l’acqua, imparando le abilità per gestire la riva e poi ritornano scivolando su un’onda.
Lo stoke che ogni surfista prova alla sua prima ondata è lo stesso che tutti quei bambini hanno provato per migliaia di anni. Nessun bambino smetterebbe di inseguirlo, a meno che qualcuno non lo proibisse. Ed è esattamente quello che è successo quando la colonizzazione ha cancellato le culture e le tradizioni ancestrali, e con esse, il surf.”
Anche in Italia questo dibattito esiste da tempo. Ho partecipato a diverse discussioni, spesso sterili e campanilistiche, su chi fosse stato il primo a importare il surf o a cavalcare un’onda sulle nostre coste. Discussioni che dimenticano sistematicamente — e in Italia ce lo siamo dimenticati decisamente — che il nostro rapporto con il mare e con le onde è antico di millenni. Le molteplici forme di “scivolamento” sull’onda sono nate probabilmente da modalità autonome, spontanee e indipendenti, ovunque ci fosse una comunità umana affacciata su una spiaggia.
Il problema risiede nel nostro modo di pensare odierno, un filtro occidentale ed eurocentrico che ci porta a catalogare come “scoperta” solo ciò che è stato visto, mappato e documentato dall’epoca moderna in poi. È lo stesso meccanismo perverso per cui l’America risulta “scoperta” da Cristoforo Colombo, ignorando i popoli che la abitavano da millenni. Dalla modernità in poi, il modo di nascere, mangiare, vivere e persino dormire ha subito una standardizzazione storica: tutto ciò che differisce da questo canone non viene compreso o, peggio ancora, viene decretato come mai esistito.
È seguendo questa logica coloniale che la storia ufficiale ci racconta di James Cook che, arrivando alle Hawaii alla fine del 1700, “scopre” il surf. I diari di bordo lo descrivono come una sorta di divertimento collettivo che univa adulti e bambini, maschi e femmine, capi tribù e pescatori poveri. Ma gli hawaiani praticavano il surf invece di lavorare per i nuovi padroni e, soprattutto, le donne lo praticavano in costume, mezze nude secondo i canoni moralisti dell’epoca. Per i preti e i colonizzatori occidentali tutto questo era semplicemente intollerabile. I preti, cazzo. Sempre i preti.

E quindi giù pesante con i divieti — strano, eh? — e il surf hawaiano è stato costretto a nascondersi, a sopravvivere in clandestinità per oltre un secolo. Almeno fino all’arrivo di Duke Kahanamoku, uno straordinario atleta nativo, nuotatore e surfista che, grazie alle sue partecipazioni olimpiche tra il 1910 e il 1920, lo portò in giro per il mondo, sdoganandolo negli Stati Uniti. Gli Amerikani non aspettavano altro: prendere possesso di ciò che per sua natura non dovrebbe essere proprietà di nessuno. Nel giro di pochi decenni, il surf è stato violentato nell’immaginario collettivo, trasformato nel prototipo dello “Sport Americano”. Ma a voler essere precisi, il surf non è mai stato uno sport. E sicuramente non appartiene agli Yankees.
La cultura dello scivolare sulle onde esisteva ed è documentata da centinaia di anni in Perù (con i caballitos de totora), in India, in Camerun, in tutta l’Oceania e chissà in quanti altri angoli dimenticati del globo. Ma intanto la libertà primordiale di scivolare come si voleva, su qualsiasi onda e con qualsiasi oggetto, svaniva, lasciando il posto alle logiche dell’industria.
Oggi, i principali spot del mondo sono diventati proprietà privata degli occidentali, sfruttati per accumulare capitali attraverso multinazionali che vendono immagini preconfezionate e stili di vita artificiali, spacciandoli per segni di appartenenza. Lo scivolare sull’onda ha smesso di essere un gioco libero, una pratica meditativa, una connessione viscerale con il Grande Padre Oceano. Il mercato ha omologato i gesti, le forme, le tavole e le menti.
Il progetto di Meya Project nasce da qui, da questo preciso punto di rottura. Scrivere la storia del longboard, dal Pig degli anni Sessanta fino alla nostra quotidianità in Galizia, non è un esercizio di stile. È un tentativo di decolonizzare il nostro immaginario. Riprendiamoci il divertimento, il surf ancestrale e la connessione selvaggia con l’oceano. Per favore.



