
Il Ragazzo di Settantacinque Anni e il Dovere Morale della Diserzione
Che surfata spettacolare. Camminando lungo la battigia per rientrare al camper, passiamo di fianco al secondo picco, quello più piccolo dei tre. Lì noto il signore anziano, il mio vicino di sterrato, in acqua a prendersi le sue onde. La cosa che mi salta subito all’occhio non è la tecnica o la linea, ma il sorriso enorme, stampato in faccia, mentre cavalca il suo longboard. Lo scruto per qualche minuto: su un’onda, dopo aver perso il controllo, si lancia in un tuffo goffo e divertito, come un ragazzino che gioca a riva. Quel gesto non mi lascia indifferente; amplifica a dismisura la mia sensazione di gioia e di profonda soddisfazione per la mattinata appena conquistata.
Rientro in furgone, mi sciacquo con un po’ d’acqua dolce e metto sul fuoco la moka per il caffè post-session. Giusto il tempo di prendere la tazza e sedermi fuori, che vedo arrivare il simpatico signore dai capelli bianchi. Tavola sottobraccio e, appena apre il portellone del camper, ecco il cane che scende facendogli le feste. Si toglie la muta, si dà una passata rapida con il doccino esterno e la appende ad asciugare al grande specchietto retrovisore. La curiosità è troppa: sento che dietro quell’uomo c’è una storia che merita di essere ascoltata. Mi avvicino.
Gli porgo una tazza di caffè con un sorriso. Accetta di buon grado. Mi presento, gli chiedo qualcosa di generico e lui inizia a chiacchierare, visibilmente soddisfatto della mattinata e della compagnia appena trovata. Racconta di chiamarsi Helmut, è danese e, dice, “amico, sono un vecchio ragazzo di 75 anni”. Vive in camper da dieci anni, da quando sua moglie ha lasciato questa terra lasciandolo solo con i suoi rimpianti. Mi confessa che lei era una donna solare, imprevedibile, che lo aveva esortato più volte a una vita di maggiori avventure e leggerezza. Ma lui aveva sempre declinato, costantemente impegnato nella sua scalata sociale verso una maggiore sicurezza economica, ingabbiato nel ruolo di impiegato di una grossa società di trasporti danese.

“Ho lavorato lì per trent’anni, godendomi poco o nulla di ciò che succedeva intorno a me. Mia moglie e i miei figli li vedevo un paio d’ore la sera e durante i fine settimana. La vita andava così. Fino ai cinquant’anni credevo che ciò che stavo facendo fosse giusto, che stessimo costruendo una società migliore, che occorresse lavorare sodo per scongiurare il pericolo della povertà. Poi la situazione è cambiata, ho smesso di crederci. Mi chiedevo come fosse possibile che la tecnologia avanzasse a velocità siderali, che il mondo naturale che ricordavo andasse sgretolandosi e, nonostante questo, la scarsità di tempo e di risorse la facesse ancora da padrona nelle nostre esistenze. Come poteva essere che producevamo molto di più in meno tempo, che trasportavamo merci più velocemente, ma non stavamo guadagnando un solo grammo di libertà? Non stavamo meglio.
Il surf lo avevo scoperto sul finire degli anni Sessanta, durante un viaggio sulla West Coast degli Stati Uniti. Me ne innamorai subito, ma tornato in Danimarca misi da parte i sogni per iniziare a produrre, a costruire una famiglia, una casa… Poi, poco prima di andare in pensione, mia moglie se n’è andata e lì ho preso la decisione. Ho tolto tutto dalla mia vita, tranne questo vecchio camper e il cane. Ho comprato una muta, una tavola e sono partito per vedere come poteva essere. O forse, come sarebbe stato. E credo che sarebbe stata una vita meravigliosa. Spesso mi sveglio e ripenso a quanto sarebbe stata felice Anna di stare qui con me e mi viene un po’ di malinconia; poi, se l’oceano lo permette, mi butto in acqua e torno bambino per un paio d’ore. Libero la malinconia e ritorna il sorriso.
Navigo tra la Danimarca e il Marocco percorrendo da dieci anni le strade della costa atlantica. Viaggio in base alle stagioni, e ogni tanto rientro per abbracciare figli e nipoti. Ma poi il richiamo si fa forte; allora salgo su questo vecchio macinino e riparto in cerca di onde. Soprattutto in cerca di onde adatte alla mia età”, conclude ridendo.
“Vedi, amico mio, ci vogliono far vivere come degli schiavi del cazzo. Invece il mondo è qui e la vita è ora, a portata di mano. Tocca solo a noi goderne appieno”.
Trascorro con Helmut qualche ora, parlando di surf e di libertà. Di fianco a me, su una sdraio, Xavi è in modalità siesta: vigile e in ascolto, ma con gli occhi chiusi. Io osservo Helmut e penso che quell’anziano signore stia incarnando lo spirito autentico del surf molto meglio di tanti ragazzotti griffati, ossessionati dal postare su Instagram ogni singolo istante delle loro sessioni. Nel tardo pomeriggio, come pianificato, ci ritagliamo un’altra bella sessione e la sera la passiamo a contemplare il cielo e le stelle di fronte all’oceano. La mattina dopo decido di salutare la compagnia per tornare verso il villaggio dei giorni precedenti. Saluto Xavi e mi avvicino a Helmut. Lui mi abbraccia forte, e i suoi occhi lasciano intendere molto più di quello che le parole potrebbero dire.
Rientro al villaggio hippie e decido di fermarmi lì per qualche giorno, sfruttando la presenza di un grande ed economico campeggio sotto la pineta. Le mie giornate si dividono principalmente tra le sessioni in mare e la strada di fronte alla spiaggia, dove ogni giorno prende vita un mercatino di artigianato locale. Quel mercato è un luogo di incontro e aggregazione pura. Una sorta di piazza multiculturale dove convivono esistenze e nazionalità tra le più disparate. Mi diverte restare lì ad ascoltare le storie di chi è di passaggio ma sta coltivando attivamente i propri desideri. È come se, dato il periodo immediatamente post-pandemico, si fossero riaperte le porte di un mondo nuovo, un’atmosfera da “adesso o mai più” per la realizzazione di sogni sospesi e attesi per due anni di restrizioni.
C’è l’italiano che attende la stagione estiva per racimolare i soldi necessari a ricongiungersi con il suo pezzo di terra acquistato nelle foreste brasiliane. C’è lo spagnolo che si organizza per imbarcare il camper a Lisbona e far rotta verso il Nuovo Mondo, un viaggio che ha il sapore delle esplorazioni antiche. C’è il vecchio andaluso che ricorda quando, quarant’anni prima, proprio nel bosco dietro di noi, gestiva la coltivazione di oppio per conto di fantomatici imprenditori americani. E ogni tanto passa qualche surfista nomade digitale nordeuropeo, di ritorno dal Marocco per sfuggire all’inverno del vecchio continente.
Ma il mio pensiero continua a tornare all’incontro con Helmut, a quella vita libera fatta di asfalto, incontri, tramonti oceanici e delle coccole di un vecchio cane. Una vita fatta di pochissime cose, ma capaci di accenderti gli occhi. Quello che continua a risuonarmi dentro non è tanto la semplice critica al sistema in cui viviamo, ma la ragionevole convinzione che abbandonare tutta questa giostra fatta di imposizioni, regole e sacrifici alienanti sia non solo un sacrosanto diritto, ma un vero e proprio dovere morale:
Non siamo noi che inquiniamo il mare, ma quelli asserviti a tutto questo. Non siamo noi che sporchiamo le spiagge, che tagliamo gli alberi, che stipano miliardi di animali in vite d’inferno in attesa del macello, che sganciano bombe sulla testa di vecchi e bambini inermi… noi siamo solo quelli che vogliono godere di quello che rimane di questo fantastico e meraviglioso spettacolo.
I pensieri si rincorrono durante tutti i giorni successivi, fino alla mattina della partenza. Di fronte alla spiaggia, mentre faccio colazione, la radio del locale passa “En el muelle de San Blas”. Un uccellino entra, si posa su un tavolo a pochi centimetri da me, mi osserva per un istante e poi vola via verso il cielo. Mi alzo, pago e mi dirigo verso il camper. Si parte. Mi immetto sulla strada statale e allo svincolo autostradale, dopo un ultimo e definitivo tentennamento, metto la freccia a sinistra e inizio a dirigermi verso il Portogallo. È deciso: la secessione continua.
Sono passati tre anni da quel giorno, e “En el muelle de San Blas” è diventata la colonna sonora di questa incredibile esperienza.



