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La Secessione Costiera

La Secessione Costiera

10 Settembre 2025

Siamo in viaggio da tre mesi ormai.

Questa notte siamo arrivati in questo angolo di Galizia, nel nord della Spagna, in un tratto di costa che le mappe e la storia chiamano “Costa della Morte”. Un nome battezzato dalle forti correnti e dal numero infinito di naufragi che, nell’arco dei secoli, hanno inghiottito le navi passate da queste parti. Siamo arrivati con il buio, abbiamo spento il motore in un ampio parcheggio sterrato e ci siamo messi a dormire.

Questa mattina, al risveglio, lo scenario è assolutamente incredibile. Una natura rigogliosa e selvaggia si apre innanzi a noi: la vista si perde tra boschi lussureggianti, mentre una grande spiaggia di sabbia bianca fa da anticamera a un mare color turchese. È un mercoledì di fine maggio ed è tutto magnificamente deserto intorno a noi. Man mano che la marea scende, la playa diventa sempre più grande, imponente, scoprendo un’onda pulita di circa 40-50 centimetri che apre perfettamente. Niente di eccezionale per i canoni del surf atletico, ma abbastanza per un bagno memorabile.

Prendo la tavola e vado in acqua. Arrivano tre o quattro persone, ma per la dimensione della spiaggia è come stare in mare completamente soli. Due ore di surf mi rilassano la mente. All’uscita decido di restare immobile, a farmi coccolare dalla sabbia e da un leggero vento da terra. Il momento è perfetto. Il silenzio è interrotto solo dal rumore del vento, dalle onde che si infrangono e dal garrito di qualche gabbiano. Stare lì, senza vincoli di tempo, godendo del solo accompagnamento naturale, è un regalo senza prezzo.

Ho abbandonato quelle che erano le mie certezze da poco più di tre mesi. Di settimana in settimana, dopo aver comunicato la mia decisione di prendermi un periodo di libertà assoluta per poter riprendere fiato, ho assistito alla scomparsa sistematica di molte persone dal mio radar. Qualche risatina alle spalle, il progressivo e calcolato allontanarsi di chi, evidentemente, vedeva in me solo qualcuno che serve a far business. Dal momento in cui non sei più parte del sistema, dal momento in cui smetti di essere l’ingranaggio funzionale di qualche macchina, finisci poco a poco nel dimenticatoio dei produttivi.

FFino a sei mesi prima gestivo un’azienda. Il mio telefono era continuamente in fermento per le chiamate di “amici” che volevano incontrarmi, condividere idee, proporre progetti. Ma da tre mesi a questa parte, tutto quel rumore di fondo è andato scemando, lasciando spazio solo all’essenza.

È impressionante notare quanto, insieme al ruolo e al lavoro, stia evaporando anche la maschera e il vestito che ero obbligato a portare nel mondo. Il sistema funziona così, ti incasella: devi essere genitore, impiegato, operaio; devi occupare un posto di potere o di subordinazione, devi essere insegnante o studente. Ognuna di queste posizioni rappresenta un’enorme etichetta appiccicata sulla pelle, un codice a barre che veicola e costringe il tuo modo di agire quotidiano.

Ma quando scompare l’etichetta e rimani nudo, quando inizi a muoverti libero nel tempo e nello spazio fuori dalle rotte commerciali, cominci a riscoprire — o forse a imparare da zero — chi sei veramente. Senza limiti, senza insegne, senza padroni. Penso sia il regalo più rivoluzionario che un essere umano possa concedersi.

Mentre guardo l’oceano galiziano, mi torna in mente una frase di Mario Cecchi, uno dei fondatori di Avalon, l’ecovillaggio nell’Appennino Pistoiese:

Non puoi tornare indietro una volta libero, il tuo è uno stato dell’anima che non può essere condizionato, non fai più parte di questa società. Tu, allora, provi la stessa gioia di volare, di fare un salto in un’altra dimensione: non appartieni più a questo mondo. La vita è fantastica solo se le permettiamo di esserlo….