
Il Pig: storia di un mito (e di un’ossessione)
Quando ho iniziato con questa schiavitù emotiva che si chiama surf, ho subito riempito i tempi magri di onde – che in Italia, purtroppo, non sono rari – scovando tutto il materiale surfistico disponibile in rete. Foto, video, articoli: tutto quello che potesse darmi spunti tecnici o storici era motivo di visione o di lettura. Anni prima ero rimasto folgorato da Un mercoledì da leoni, la mitica pellicola del 1978 diretta da John Milius. Un vero e proprio cult cinematografico, un manifesto generazionale incentrato sul surf e sull’amicizia che credo abbia formato e ispirato almeno un paio di generazioni di surfisti, non solo italiani.

Già dalle prime immagini trovate online, rimanevo sempre affascinato da un longboard della Golden Age. Questa tavola lunga, a volte in balsa e a volte in foam, con una pinna enorme molto arretrata – spesso resinata direttamente nello scafo – e un tail generoso che stringeva nettamente verso la prua (nose). Era il Pig. E scoprii presto che il personaggio di “Bear”, il guru burbero e saggio costruttore di tavole del film, era ispirato direttamente alla figura e alla vita di Dale Velzy: il creatore del Pig.
La metamorfosi del “Maiale”
A metà degli anni Cinquanta, il surf stava vivendo una crisi d’identità geometrica. Le tavole dell’epoca erano fondamentalmente dei grossi “tronchi” rettilinei in legno di balsa, larghi al centro e pesanti alle estremità. Erano oggetti pensati per un solo obiettivo: prendere l’onda, mettersi dritti e lasciarsi trasportare fino a riva come proiettili inerti. Curvare era un’impresa titanica che richiedeva di trascinare un piede in acqua come ancora o di ingaggiare una lotta di pura forza bruta con la tavola.
Poi, nel 1955, Dale Velzy ebbe un’intuizione che cambiò tutto, stravolgendo le linee idrodinamiche allora conosciute. Prese lo standard dell’epoca e, idealmente, lo capovolse. Spostò il punto di massima larghezza molto indietro, ben oltre la metà, concentrando il volume e la superficie portante verso la poppa (tail). Contemporaneamente assottigliò e strinse la prua (nose), conferendo all’oggetto una linea inedita, panciuta sul retro e affusolata davanti. Vista dall’alto, quella silhouette stravagante ricordava la sagoma di un maiale. Nacque così il Pig, il design che avrebbe aperto le porte alla modernità e dettato il ritmo alla Golden Age.
Il Pig divenne l’icona visiva di un’era pop. Era l’oggetto del desiderio caricato sulle station wagon di legno, il profilo immortalato nei primi film indipendenti di Bruce Brown e il logo stampato sulle magliette che i giovani sfoggiavano nei primi, pionieristici surf shop. Ma il legame più profondo con quell’Età dell’Oro risiedeva nell’estetica stessa della surfata. Quella stagione non cercava l’aggressività o la radicalità delle manovre moderne, ma celebrava l’eleganza, la fluidità e un controllo apparentemente senza sforzo. Il Pig era il palcoscenico perfetto per questa filosofia. Poiché la tavola manteneva la velocità da sola lungo la parete liquida, il surfista non doveva più combattere con il mezzo, ma poteva finalmente esprimersi. È su queste tavole che è nato lo stile cool per eccellenza: le camminate felpate a piedi incrociati sul ponte, le posture rilassate a braccia conserte e i primi passi verso la punta.
Oltre la tecnica: la nascita della “Maialona”
Avevo deciso: volevo anche io il mio Pig. Ma ogni volta che ne parlavo con gli shaper locali, mi sconsigliavano di dare vita a una tavola a forma di maiale, considerandola una linea ormai superata e trapassata. I longboard odierni hanno infatti ereditato la manovrabilità che Velzy cercava in quelle forme, ma unendola a performance che i Pig degli anni ’60 potevano solo sognarsi, a causa di quei bordi tondi, del bottom piatto e di quell’enorme pinna decisamente fuori tempo massimo. Ma io ero convinto che certe poesie vadano oltre la tecnica.
Nel frattempo, guidato dal puro amore per le forme, avevo intrapreso un corso di shaping con Fabio Giacomini (Pike Surf), uno degli storici shaper italiani. Iniziai a costruire le mie prime tavole, un noserider e un longboard all-round. Le mie capacità si fermavano allo studio, al design e allo shaping vero e proprio, lasciando le successive attività di glassing, sanding e glossing ad altri professionisti del settore.
Un giorno, chiacchierando con Marco – un amico artista, surfista e nomade, con il quale condivido la passione per il mare e il rifiuto per le odierne strutture della cultura in cui viviamo – abbiamo iniziato a parlare del mio Pig dei sogni. Insieme abbiamo dato una forma alle misure, condiviso l’outline e la struttura dei bordi. La sera stessa iniziai a preparare il progetto e da lì, insieme a uno shaper andaluso (mi trovavo nella provincia di Cadice in quel periodo), abbiamo dato il via al progetto “Maialona”. Dopo un mese circa, ero finalmente in acqua con la mia nuova e tanto inseguita creatura.

E lì è iniziato un nuovo modo di vedere il surf. Condurre un Pig è un esercizio di puro ascolto. È un salire e scendere continuo lungo la parete liquida, assecondando il respiro dell’onda finché non si entra nella sezione corretta: quella tasca di energia pura dove la poppa si incastra perfettamente nell’acqua. È il segnale. Si accennano due passi in avanti, un movimento morbido sul ponte, e la velocità si trasforma in danza. La prua fende il riflesso del sole, l’attrito scompare e la scivolata diventa poesia cinetica: un istante eterno in cui l’uomo e l’oceano respirano allo stesso ritmo.
La Maialona mi ha accompagnato sul tetto del mio camper per anni di viaggi. In quel periodo ero ancora in cerca della sintesi della nuova vita che volevo, e quel Pig, insieme al mio camper del 1994, ha percorso più e più volte il tratto atlantico tra l’Andalusia e la Normandia. Abbiamo surfato insieme gli spot più iconici o nascosti della costa atlantica europea, dimostrando che certe linee non invecchiano mai. Diventano semplicemente compagne di viaggio.
Ale Meya


