Una tavola è per sempre
Nei miei quattro anni in viaggio con il camper lungo le coste atlantiche europee, ho sempre avuto una o due longboard legate sul tetto del mio vecchio Laika. Migliaia di chilometri, a volte con le tavole lassù per uno o due mesi di fila senza mai scendere — il risultato inevitabile di quando il viaggio si spingeva nell’Europa continentale, verso la Germania, le Ardenne, le Alpi, lontano da qualsiasi onda.
Negli innumerevoli passaggi verso gli spot più isolati che riuscivo a scovare lungo la costa, le tavole venivano scaricate e ricaricate in continuazione. A volte finivano sotto il telaio del mezzo per giorni, in attesa del prossimo spostamento, e più di una volta un colpo, una botta mal presa, ha lasciato il segno sulla loro struttura.

Una delle frustrazioni più grandi per un surfista è proprio questa: l’idea di perdere la propria tavola per una rottura, o per il lento decadimento che il tempo porta con sé. Un longboarder, poi, lo sente ancora di più — quando finalmente trovi il tuo shape, le linee che parlano il linguaggio del tuo corpo e della tua acqua, vorresti che quella tavola funzionasse per sempre.
Questo era esattamente il sentimento che provavo per la mia Verdona, un noserider verde 9’8″ con cui avevo girato mezza Europa, e soprattutto per la Maialona, il mio pig 10’2″ che aveva rappresentato il vero punto di svolta nella mia gestione del trim.
Fu proprio in uno di quei giorni di tavole ammaccate che mi trovavo in uno spot a Conil de la Frontera. Anche se ormai sono gallego di vita, per i giorni precedenti il Natale la Costa de la Luz resta una tappa fissa. Uscii dall’acqua con la Maialona, ormai rattoppata di pezzi di Solarez e resina, e vidi due tavole midlength interamente in legno, adagiate davanti a un furgone. Fu in quel momento che conobbi Sergi — Flama Surf.
Parlammo a lungo del suo progetto, che consiste prevalentemente nel restauro di vecchie tavole applicando strati di paulownia sulla resina, opportunamente trattata e lavorata. Dopo l’applicazione, sul legno vengono passate solo mani di olio di lino cotto.
Da quell’incontro nacque un’idea che avevo già dentro, ma a cui Sergi diede finalmente una forma concreta: portare quello stesso metodo in Galicia, e farne un progetto continuo, non un intervento isolato. Non un restauro fatto una volta e dimenticato, ma un ciclo — un laboratorio dove ogni tavola che si ammacca, che perde colpi, che il tempo comincia a corrodere, trova una seconda vita invece di finire in una discarica o in un angolo dimenticato di garage.

Nacque così Meya Cycle: un tassello pratico di quello che sarebbe poi diventato il Meya Project. Non un’operazione nostalgica, ma un atto politico nel piccolo — un modo per dire che l’obsolescenza programmata, il “compra, rompi, ricompra” che governa l’industria del surf come ogni altra, non è l’unica strada possibile. Le prime due tavole a passare sotto le mani di Sergi furono proprio la Maialona e la Verdona: le mie compagne di quattro anni di viaggio, quelle che avevano attraversato l’Europa legate sul tetto del Laika, tornarono a vivere sotto una nuova pelle di paulownia e olio di lino.
Oggi nel Meya Project abbiamo contezza che le nostre tavole sono destinate a durare. Il nostro reparto falegnameria/shaping room ripara e ricostruisce ogni tavola per farla durare nel tempo, sapendo che gli interventi sono praticamente a impatto zero. Riutilizziamo la resina esistente per dare impermeabilità al foam e cerchiamo di recuperare le scuse originarie.
Ma Meya Cycle non è nato per restare un servizio privato per la nostra tribù. È pensato per essere aperto — a chiunque abbia una tavola che ama e non vuole vedere morire, a chiunque creda che dare continuità a un oggetto sia, in fondo, un modo di dare continuità a un pezzo di sé.












