
Un Surf Trip ti cambia la vita (parte 2)
Che surfata spettacolare. Camminando lungo la spiaggia per rientrare al camper, passiamo per il secondo picco, quello più piccolo dei tre e noto il signore anziano, mio vicino di camper, in acqua sulle onde anche lui. La cosa che mi salta subito all’occhio non è la tecnica o altro, ma il sorriso che ha stampato in faccia mentre cavalca il suo long. Mi fermo a scrutarlo e noto su un onda che con fare divertito, una volta perso il controllo si lancia tuffandosi come un ragazzino. La cosa non mi lascia indifferente e amplifica la mia sensazione di gioia e soddisfazione per la mattinata appena goduta.
Rientro in camper , mi sciacquo con un po’ di acqua dolce e metto sul fuoco la mia moka per un buon caffè post session. Giusto il tempo di prendere la tazza e sedermi fuori dal camper che vedo arrivare il simpatico signore dai capelli bianchi. Tavola sottobraccio e appena aperto il camper, ecco il cane che scende facendogli le feste. Si toglie la muta, si sciacqua con un doccino esterno e appoggia la muta ad asciugare al grande specchietto retrovisore del camper. La curiosità è troppa e così mi avvicino a lui, sento che c’è una bella storia da ascoltare.
Gli porgo una tazza di caffè, con un sorriso e accetta di buon grado. Mi presento, e gli chiedo qualcosa di generico e il signore inizia a chiacchierare, visibilmente soddisfatto per la mattinata trascorsa e per la compagnia appena trovata. Racconta di chiamarsi Helmut, è danese e “ amico, sono un vecchio ragazzo di 75 anni”. Vive in camper da 10 anni, da quando sua moglie ha lasciato questa terra lasciandolo solo con i suoi rimpianti. Infatti la moglie, dice, era una donna molto solare e imprevedibile, che lo aveva esortato ad una vita di maggiori avventure e leggerezze, ma lui aveva sempre declinato, impegnato come era nella sua vita di ascesa sociale verso una maggiore sicurezza, ingabbiato nel suo ruolo di impiegato di una grossa società di trasporti danese.
“ Ho lavorato li per trent’anni, godendomi poco di ciò che è successo intorno a me, mia moglie e i miei figli li vedevo un paio di ore la sera e il fine settimana. La vita andava così. Fino ai 50-55 anni credevo che ciò che stavo facendo fosse giusto, che si stava costruendo qualcosa di migliore, che occorreva lavorare sodo per scongiurare i pericoli di discesa del buio. Poi la situazione è cambiata, ho smesso di crederci. Mi chiedevo come poteva essere che la tecnica avanzava a velocità siderali, che il mondo che ricordavo fatto di natura potente andava sgretolandosi e, nonostante questo, la scarsità ancora la faceva da padrona. Come poteva essere che producevamo molto di più in meno tempo, che trasportavano molto di più e in minor tempo ma non stavamo guadagnando libertà, non stavamo meglio.
Il surf lo avevo scoperto sul finire degli anni 60 quando feci un viaggio nella west coast degli Stati Uniti. Me ne innamorai subito, ma tornato in Danimarca misi da parte i sogni per iniziare a lavorare e costruire una famiglia, una casa…

Poi, poco prima di andare in pensione, mia moglie se ne andò e li presi la decisione. Tolsi tutto dalla mia vita, tranne il mio vecchio camper e il cane. Comprai una muta e una tavola da surf e partii per vedere come poteva essere o forse, come sarebbe stato. E credo che sarebbe stata una vita meravigliosa. Spesso mi sveglio e ripenso a quanto sarebbe stata felice Anna di stare qui con me e mi viene un po’ di malinconia, poi se la condizione lo permette, mi butto in acqua e torno bambino per un paio di ore, libero la malinconia e torna il sorriso.
Navigo tra la Danimarca e il Marocco percorrendo da 10 anni le strade della costa Atlantica. Viaggio in base alle stagioni, e ogni tanto rientro per abbracciare e salutare figli e nipoti. Ma poi il richiamo si fa forte e allora salgo su questo vecchio macinino e riparto in cerca di onde . Soprattutto in cerca di onde adatte alla mia età” conclude ridendo.
“ Vedi, ci vogliono far vivere come degli schiavi del cazzo. Invece il mondo e qui e la vita è ora, a portata di mano e tocca solo a noi goderne a pieno”
Trascorro con Helmut qualche ora, parlando di surf e di libertà. Di fianco a me su una sdraio Xavi è in modalità siesta, vigile e in ascolto ma con gli occhi chiusi. Io osservo Helmut e penso che quell’anziano signore sta incarnando lo spirito autentico del surf molto meglio di tanti ragazzotti griffati, intenti a postare su Instagram tutti i momenti delle loro session.
Nel tardo pomeriggio, come pianificato, ci ritagliamo un’altra bella sessione e la sera la passiamo a contemplare il cielo e le stelle di fronte all’oceano. La mattina dopo decido di salutare la compagnia per tornare verso il villaggio dei giorni prima. Saluto Xavi e mi avvicino a Helmut salutandolo. Lui mi abbraccia e i suoi occhi lasciano intendere molto di quello che vorrebbe ancora dirmi o consigliarmi.
Rientro al villaggio e decido di fermarmi li per qualche giorno, vista la presenza di un grande ed economico camping sotto la pineta. Le mie giornate si dividono principalmente tra sessioni di surf, e la via di fronte alla spiaggia dove è presente tutti i giorni una sorta di mercatino di artigianato locale.
Il mercatino è luogo di incontro e aggregazione. Una sorta di piazzetta multiculturale dove convivono vite e nazionalità tra le più disparate. Mi diverte molto stare li ad ascoltare le storie di chi è di passaggio ma sta coltivando i propri desideri. E’ come se dato il periodo immediatamente post-pandemico si siano riaperte le porte di un mondo nuovo e, l’adesso o mai più, per la realizzazione di sogni sospirati e attesi per due anni.
C’è l’italiano che sta attendendo la stagione estiva per racimolare i soldi necessari per ricongiungersi con il suo pezzo di terra acquistato nelle foreste brasiliane pochi anni prima. Lo spagnolo che si sta organizzando per imbarcare il camper a Lisbona e far rotta verso il nuovo mondo, un viaggio che ha sapore di mondo antico. Il vecchio andaluso che ricorda quando 40 anni prima, proprio nel bosco dietro di noi, gestiva la coltivazione di oppio per conto di fantomatici imprenditori americani. Ogni tanto passa qualche surfista nomade digitale Nord-europeo di passaggio per qualche onda e di ritorno dal Marocco lontano dall’inverno del vecchio continente.
Ma il mio pensiero continuò a tornare all’incontro con Helmut, a quella vita libera fatta di surf, incontri e tramonti oceanici, fatta di strada di coccole di un vecchio cane. Fatta di poche cose ma che ti accendono gli occhi. Quello che mi continuava a risuonare non era tanto la critica al sistema in cui viviamo ma la ragionevole convinzione che abbandonare tutta questa vita, fatta di imposizioni, regole e sacrificio fosse non solo un sacrosanto diritto ma quasi un dovere morale:
“Non siamo noi che inquiniamo il mare, ma quelli asserviti a tutto questo, non siamo noi che sporchiamo le spiagge, che tagliamo alberi, che teniamo miliardi di animali in vite di inferno in attesa del macello, che sganciamo bombe sulla testa di vecchi e bambini inermi…noi siamo solo quelli che che vogliono godere di quello che rimane di questo fantastico e meraviglioso spettacolo”.
I pensieri si rincorrono durante tutti i giorni successivi, e alla fine eccola, la mattina della partenza. Di fronte alla spiaggia a fare colazione, la radio passa “En el muelle de San Blas”, un uccellino entra nel locale e si posa su un tavolo. Rimango fisso ad osservare che intenzioni avesse, dopodiché l’uccellino vola via.
Mi alzo, pago e mi dirigo verso il camper. Si parte. Mi immetto nella strada statale e allo svincolo autostradale dopo un ulteriore e ultimo tentennamento, metto la freccia e inizio a dirigermi verso il Portogallo. E’ deciso, il viaggio continua.
Sono passati tre anni ormai ed “en el muelle de San Blas “ è diventata la colonna sonora di questa incredibile esperienza.






