
La Fuga Andalusa – L’Inizio del Sabotaggio
Inizio 2022.
L’Italia è un paese dilaniato dalle polemiche sul certificato verde, reduce da due anni di folle e nevrotica rincorsa a un virus. Un teatrino grottesco fatto di aperture, chiusure, zone gialle, rosse, arancioni e repentine serrate. La colpa, a giorni alterni, è dei cinesi, dei runner, degli anziani, dei ragazzi, di chi va in vacanza o di chi decide di restare a casa. Seduto sul divano, guardo lo schermo del televisore e penso a cosa ci aspetterà alla fine di questa tragicomica vicenda. Ogni opzione sul tavolo della mia mente mi mette i brividi. Dentro di me, profondo e viscerale, sento un unico desiderio: la fuga. Andare il più lontano possibile da una follia collettiva dalla quale oramai riesco a isolarmi sempre con maggiore fatica. [1]
Per me, da che ho memoria, la fuga ha un’unica forma: un camper e una tavola da surf legata sul tetto — un longboard, per la precisione. Decido di mollare gli ormeggi. Direzione: la costa atlantica dell’Andalusia.
Il contatto con questa terra unica è destabilizzante. L’atmosfera festosa della regione, unita a un clima invidiabile per il mese di marzo, cancella immediatamente l’angoscia e l’ansia accumulate negli ultimi tempi in Italia. Appena arrivato in zona mi fiondo in un surf shop per recuperare informazioni grezze; dopo pochi minuti esco dal negozio con una mappa scritta a mano di spot ideali.

Raggiungo il primo villaggio indicato. Un tempo era una comunità hippie e, nonostante il passare degli anni, mantiene intatto quel sapore libertario e anarchico che tanto amo. Due piccoli locali affacciano direttamente sulla sabbia, offrendo tapas e musica reggae a pochi passi dalla risacca. Parcheggio, spengo il motore e mi godo la serata, respirando un’aria che in Italia sembrava ormai illegale.
La mattina seguente, di buon’ora, sono già in acqua. L’oceano mi accoglie con onde di una qualità inaspettata: lunghe, morbide, pettinate da un sole quasi africano. La temperatura dell’acqua è gradevolissima per essere marzo. Quel primo giorno di surf si imprime nella mente come indimenticabile. Mentre sono sul line-up, scambio qualche parola con un maturo surfista spagnolo. Quando usciamo dall’acqua, ci stringiamo la mano. Si chiama Xavi, è un camperista anche lui e arriva da Barcellona. Mi racconta che transita spesso da queste parti quando decide di scendere in Africa per i suoi road trip selvaggi: Marocco, Mauritania, giù fino al Senegal. In tanti anni di mare si è costruito una mappa chirurgica di point perfetti per il log. Viaggia con la moglie e un ragazzo molto giovane, adottato proprio in Africa durante le molteplici attività di volontariato di lei, che Xavi seguiva ogni volta che le rotte della vita glielo permettevano.
Prima di salutarmi, Xavi mi chiede se l’indomani ho voglia di scoprire uno spot a una mezz’ora di strada da lì. Ovviamente accetto. Ci diamo appuntamento per il pomeriggio, il tempo di preparare i furgoni e organizzare il piccolo trasferimento verso la spiaggia prescelta. Vogliamo arrivare la sera stessa per goderci il tramonto andaluso e trovarci già sul posto la mattina dopo per la bassa marea, la condizione ideale per quel fondale.
Alle 18:00 i due camper sono pronti e partiamo. Il tragitto è breve. All’arrivo noto subito che la zona è prettamente turistica, molto curata e piena di alloggi dedicati alla stagione estiva, ma visto il periodo è tutto chiuso: le strade sono deserte. La spiaggia è imponente, grandiosa, costeggiata in tutta la sua lunghezza da una ripida scogliera di roccia scura.
In alto, proprio sopra la scogliera, si apre un grande parcheggio sterrato. All’ingresso campeggia un enorme cartello di divieto di sosta per i camper. Tuttavia, al suo interno troviamo già diversi furgoni parcheggiati, totalmente incuranti del blocco. Decidiamo, con la naturalezza che si deve a ogni divieto assurdo, di ignorare le indicazioni affisse. Ci parcheggiamo in linea e scendiamo a guardare il mare. Siamo sette o otto camper, tutti in fila, tutti in attesa dello stesso ritmo. Prepariamo la cena mentre la notte si siede di fronte all’oceano.
La mattina seguente la sveglia suona presto, ma l’alba andalusa si fa attendere. Verso le 7:45 il sole inizia finalmente a illuminare la spiaggia. Le onde ci sono e sono spettacolari; tre picchi differenti saltano subito all’occhio. Di fronte a noi, sul picco principale, ci sono già una decina di shortboarder pronti a entrare: l’onda è consistente, piuttosto veloce, pur aprendo molto bene. Volgendo lo sguardo verso destra, si nota un picco più piccolo e contenuto, una bella destra lunga che supera di poco il mezzo metro. Il mare è uno specchio perfetto, pulito da una leggera brezza da terra che preannuncia una di quelle giornate da ricordare. In fondo alla visuale, ancora più a destra, ecco il terzo picco. È distante circa trecento metri a piedi lungo la battigia, ma da lontano intravedo una destra consistente, pulita e infinitamente lunga. Mi giro verso Xavi, lo guardo e sorrido. Lui accenna con il capo: sì, il nostro picco è proprio quello.
Prima di incamminarmi, mi volto a guardare il camper di fianco al mio. È un vecchio mansardato su base Ford, fine anni Ottanta o giù di lì. Il proprietario è un uomo sulla settantina, la pelle bruciata dal sole e una testa piena di capelli bianchissimi. Insieme a lui c’è un cane, anche lui decisamente avanti con gli anni, che osserva la scogliera in silenzio. È l’archetipo della resistenza stanziale su ruote.
Ma il mare chiama. Prendiamo i due longboard, scendiamo la scalinata scavata nella roccia e ci incamminiamo sulla sabbia. Dieci minuti dopo siamo nel line-up.
Le onde sono esattamente ciò che promettevano dall’alto, e abbiamo la fortuna di dividere il picco con solo altri due o tre logger. È una destra pulitissima, che srotola senza scomporsi. Alla prima onda utile bastano quattro pagaiate decise per agganciare il flusso. La transizione è dolcissima; l’onda è così morbida che ho tutto il tempo di alzarmi sul mio 10 piedi e impostare un bottom turn profondo. La surfata è liscia, il longboard scivola senza sforzo né sobbalzi sul muro d’acqua. In quel perfetto stato di equilibrio, il cross-step viene naturale: cammino verso la prua, mi affaccio sul nose e mi godo lo spettacolo del trim ancestrale.
Passiamo quasi tre ore in acqua, finché la marea non comincia a salire e le braccia a cedere. Usciamo dall’acqua felici, dandoci appuntamento al tardo pomeriggio per la seconda sessione di una giornata in cui, finalmente, abbiamo ricominciato a respirare.



